Anno: XXVIII - Numero 60    
Martedì 24 Marzo 2026 ore 13:30
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L’equivoco referendario

I commenti a caldo sul risultato del voto referendario dimostrano come sia necessaria una riflessione profonda, politica, se si vuol capire effettivamente ciò che è successo e perché è successo.

L’equivoco referendario

Una prima cosa va detta, smentendo l’impostazione data da molti commentatori, il voto non ha privilegiato la sinistra, perché tutte le rilevazioni dicono che hanno votato SÌ a sinistra come a destra. Ugualmente il NO è stata la scelta di elettori di sinistra e di destra in un voto nel quale si sono ritrovati quanti hanno fatto una scelta tecnica e una valutazione degli effetti della riforma e quanti hanno votato per spirito di appartenenza.

Tutto questo va attentamente calcolato, pena una valutazione sbagliata delle prospettive che il voto offre ai partiti a poco più di un anno dalle elezioni legislative.

Deve valutarlo soprattutto il Centrodestra che è andato allo scontro con il proprio elettorato al quale molto aveva promesso e poco ha dato, soprattutto su temi che avrebbero assicurato il permanere dei consensi. A cominciare dalla sicurezza interna, tradizionale cavallo di battaglia della destra, trascurata nelle città e nei borghi, sicché se ne dolgono tutti in misura crescente ed apertamente, compreso il popolo di sinistra. Ugualmente l’aumento del costo della vita è preoccupazione diffusa e concreta. Come gli oneri crescenti delle spese sanitarie. Tutti argomenti che avrebbero consentito di limare il consenso delle sinistre, perché sicurezza, costo della spesa, sanità sono preoccupazioni di tutti.

Come la giustizia, sempre più lontana dal cittadino, che vuole decisioni rapide, laddove le norme processuali non sono state semplificate per snellire l’iter dei processi, lenti anche per mancanza di magistrati e cancellieri che operano con scarsi strumenti informatici in uffici spesso inadeguati.

Per non dire delle pubbliche amministrazioni che operano con norme vecchie, farraginose, di difficile interpretazione che allontanano nel tempo le decisioni che i cittadini chiedono. E il tempo, si sa, è un costo per i privati e per le imprese.

Poche parole per dire che la squadra di governo è inadeguata. Non da ora. Costituita da soggetti ai quali si è richiesta soprattutto la fedeltà, senza preoccuparsi se fosse accompagnata da una solida preparazione professionale nelle materie affidate e con una dotazione di fantasia, buona volontà e capacità di raggiungere obiettivi importanti. Chi sa di pubblica amministrazione ha percepito, fin dall’inizio, il malessere dei fedelissimi dei partiti di governo lasciati da parte per arruolare persone modeste, senza esperienza, timorose di sbagliare, di firmare, non per via dei controlli, come si è voluto far intendere, ma per propria incapacità di valutare e di decidere.

Nulla è perduto ovviamente. Ma il tempo è poco e risalire la china richiede un impegno che finora non c’è stato. Nei prossimi mesi mancheranno risorse finanziarie per l’esaurimento delle disponibilità assicurate dal Pnrr.

Per riprendere quota occorre umiltà, capacità di inclusione, quella che, essendo mancata, ha allontanato persone tradizionalmente “di area”, di cultura cattolica e liberale che avevano trovato spazio in Forza Italia di Silvio Berlusconi e in Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini che avevano aperto a personalità con scienza ed esperienza con le quali si poteva dialogare per programmare e realizzare.

Non è più quel tempo. Ma non è mai troppo tardi.

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