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Democrazia stanca, politica vuota: nessuno vincerà davvero le elezioni

Tra slogan, paure e nessuna visione condivisa, la politica italiana continua a galleggiare senza rotta, mentre gli elettori restano orfani di proposte concrete

Democrazia stanca, politica vuota: nessuno vincerà davvero le elezioni

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La partita, se mai inizierà davvero, sarà aperta solo quando si vedrà uno straccio di programma. Perché finora, oltre ai “no” gridati e alle costituzioni sventolate come bandiere identitarie, si è visto poco. Anzi, nulla che somigli a una visione di governo.

Si chiude così un capitolo tristissimo della nostra democrazia: nato male, sviluppato peggio e concluso senza lasciare nulla se non macerie di fiducia. E proprio per questo oggi appare ancora più chiaro che le prossime elezioni non le vincerà nessuno. Non nel senso aritmetico, ma nel senso politico: nessuna forza sarà in grado di rappresentare davvero il Paese.

Da una parte il “campo dei miracoli” meloniano, dall’altra il tentativo di un campo largo schlein-contiano che, per ora, è più un esercizio retorico che un progetto politico. In mezzo, un elettorato che osserva, si mobilita a tratti, ma fatica a riconoscersi.

C’è chi, provocatoriamente, propone di dichiarare guerra alla Svizzera, arrendersi il giorno dopo e farsi governare da loro. Battuta amara, ma significativa. Perché anche prendendola sul serio, in questi tempi, non sarebbe neppure una buona idea. Dopo il 2016, il mondo occidentale ha perso quella solidità che lo rendeva punto di riferimento. E gli altri modelli, semplicemente, non sono un’opzione.

Eppure, qualcosa di buono c’è stato. L’affluenza. Alta, sorprendente, quasi inattesa. Forse, soprattutto tra i giovani, si sta riscoprendo il valore del voto come diritto e come strumento. Ed è già una vittoria. Una vittoria civile, prima ancora che politica.

Ma non basta. Perché se il voto torna a contare, deve anche trovare qualcuno che lo meriti. E qui si torna al punto di partenza: i programmi. Sulla bozza di campo largo, per esempio, è difficile farsi illusioni. Senza una piattaforma comune, senza una linea chiara – soprattutto in politica estera – si rischia di sommare debolezze invece che costruire una forza.

Hanno votato i giovani, sì. Ma hanno votato anche molti moderati, spesso non più giovani, che non accettano di vedere la Costituzione trattata come un oggetto di contesa politica. E proprio qui emergono gli errori. Annunciare oggi una vittoria elettorale futura significa non aver capito nulla di ciò che è accaduto.

La destra ha condotto una campagna dura, spesso sopra le righe, a tratti arrogante. Ma proprio per questo ha contribuito a svegliare coscienze che forse si erano assopite. Ridurre tutto alla narrazione del “non ci hanno visti arrivare” è un’illusione pericolosa: impedisce qualsiasi autocritica e prepara nuove sconfitte.

Finché non ci sarà un programma che vada oltre i simboli, oltre le canzoni, oltre le evocazioni identitarie, nulla cambierà davvero. Lo sventolio della Costituzione non può sostituire una proposta di governo. E senza proposta, non c’è alternativa credibile.

Nel frattempo, le dichiarazioni si accumulano. Quelle di alcuni magistrati riequilibrano, quando non superano, i toni degli avversari. Quelle di altri leader politici sembrano già anticipare l’esito delle prossime elezioni.

Perché il rischio è proprio questo: che alla fine, senza bisogno di grandi sforzi, sia ancora una volta la stessa leadership a prevalere. Non per forza, ma per inerzia. Non per consenso entusiasta, ma per mancanza di alternative.

E allora sì, le elezioni si faranno. I voti si conteranno. Qualcuno governerà. Ma vincere, davvero, sarà un’altra cosa. E quella, per ora, resta fuori portata.

 

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