Comunque vada a finire questo referendum sarà stato un successo per la cultura riformista
La faglia tra il Sì e il No, stavolta, non ha coinciso con gli opposti schieramenti politici.
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Le campagne elettorali e referendarie non sono mai inutili. Anche quando sono brutte e inquinate dalla politicizzazione impropria. Non sono inutili perché si impara sempre qualcosa nel bene e nel male. Per esempio si impara – per chi non lo sapesse già – che la magistratura, come ogni gruppo sociale, è composta in modo diversificato: ci sono gli eroi, ci sono i lavoratori seri, diligenti e molto preparati, ci sono i mediocri e ci sono anche coloro che abusano del proprio potere. Un potere quantitativamente e qualitativamente enorme. Perché, non dimentichiamolo, la magistratura è l’unico ordine che può disporre legittimamente delle nostre libertà, a cominciare da quella personale.
Bisognerebbe che tutti ne fossimo consapevoli, compreso quel magistrato con cui dibattevo qualche giorno fa, il quale, non so se per ammiccare o per provocarmi, a un certo punto mi ha detto: «Ma professore, anche i docenti bocciano, e magari sbagliano. Lo stesso può succedere con la libertà personale». Il cinismo, ancor più grave se inconsapevole, di questa battuta mi ha riportato alla mente uno dei tanti interventi in Assemblea costituente: quello del socialista Ghidini, il quale, convenendo con i suoi colleghi, diceva che lo scopo delle norme sull’ordinamento della magistratura doveva essere quello di «assicurare l’indipendenza piena della Magistratura, e nel contempo d’impedire che la stessa diventi una casta chiusa, insensibile alle esigenze sociali; estraniata, direi, dalla vita». Solo chi è “estraniato alla vita” può liquidare gli errori giudiziari e l’ingiusta detenzione come un “danno collaterale”, al pari di un esame andato male perché il professore ha sbagliato.
Ma questa campagna referendaria, al di là del merito della riforma, offre spunti interessanti per comprendere lo sviluppo della nostra democrazia. Per la prima volta nella storia della cosiddetta Seconda repubblica, la linea di divisione su un tema politicamente molto sensibile (e certamente la giustizia lo è) non si è attestato sul confine tra maggioranza e opposizione. Certo la politicizzazione c’è stata, e molti hanno cercato di incasellare il dibattito sulla contrapposizione alla maggioranza o addirittura sulla contrapposizione, degna della peggiore retorica giacobina e populista, tra popolo e casta (Travaglio).
E fin qui tutto scontato. È una vecchia storia quella di tentare di trasformare impropriamente (e con buona pace della Costituzione più bella del mondo) un’occasione referendaria in una campagna elettorale o populista combattuta con altri mezzi. Ma in realtà la “politicizzazione” più interessante è quella che si è determinata all’interno del centrosinistra. È interessante perché, comunque la si pensi, l’orientamento programmatico che l’opposizione prende e prenderà nelle future vicende politiche interessa tutti. Un’opposizione più massimalista o più riformista non è indifferente né per la maggioranza attuale, né per coloro che potrebbero prendere in considerazione di votarla o di continuare a votarla.
Ora, man mano che le settimane della campagna andavano avanti, si è progressivamente materializzato e consolidato un fronte collocato saldamente all’opposizione dell’attuale governo, ma caratterizzato da una comune ispirazione riformista e orientata al dialogo con la maggioranza, pur se da posizioni politicamente distinte. Al di là della pur importantissima vicenda referendaria, questa circostanza ha un valore straordinario per il consolidamento del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza. Sono trent’anni che alla Seconda repubblica viene rimproverato di non essere stata capace di diffondere una cultura del confronto democratico tra diversi, risolvendosi in una polarizzazione faziosa e fazionista. Beh, dopo questa campagna referendaria, e comunque andrà, i segnali sono finalmente in una diversa direzione. È possibile restare distinti e, nello stesso tempo, convergere su posizioni riformiste e liberali.
E non si tratta di episodi isolati. Perché quando personalità come Augusto Barbera, Arturo Parisi (l’ideatore e fondatore dell’Ulivo), Pina Picierno, Giuseppe Pisapia, Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Cesare Salvi, Marco Minniti, Umberto Ranieri, Claudio Petruccioli, Roberto Giachetti, per non parlare, ovviamente degli esponenti centristi, e tanti altri antepongono le proprie convinzioni al richiamo dell’appartenenza di schieramento, non si può parlare di un piccolo smottamento, ma si deve riconoscere una linea politica per l’opposizione, alternativa al massimalismo dell’attuale dirigenza che coltiva la strategia del “campo largo”. È proprio questa la politicizzazione più saliente di questa campagna referendaria. Quella contro la maggioranza è, infatti, fisiologica (e peraltro, a dire della premier, destinata all’insuccesso). Mentre quella tra magistratura associata e politica è destinata a lasciare un segno preoccupante nella vita del paese.
Quella dentro il campo dell’opposizione, invece, ci potrà, forse, dire qualcosa, sia sul futuro politico di quella parte, sia sui segni di evoluzione virtuosa della democrazia bipolare. E credo che sia soprattutto questo – insieme alla preoccupazione dell’Anm – che genera la virulenza dei toni cui abbiamo assistito. All’interno del centrosinistra, del suo orientamento e delle sue leadership attuali la posta in gioco è alta. Non c’è dubbio che una vittoria del no consoliderebbe le leadership attuali. Il problema è che, per la prima volta, ci potrebbe essere un certo numero di elettori di quel campo che forse non è d’accordo e non solo perché favorevole alla riforma della giustizia.
Giovanni Guzzetta (Costituzionalista) su Il Dubbio
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