Votiamo sì.
Ma rimarchiamo la nostra distanza da chi l’ha approvata.
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Gentile direttore, siamo un gruppo di avvocati e le scriviamo per esprimere il nostro favore nei confronti della riforma costituzionale sulla quale decideremo con il referendum e – al contempo – per marcare la nostra distanza da chi l’ha approvata. La logica politica della contrapposizione alla maggioranza, che sta utilizzando il referendum come un voto contro la magistratura e a sostegno del governo, ha fatto perdere di vista una proposta – la separazione delle carriere – che trova nella sinistra garantista e progressista suoi storici sostenitori. Poche isolate voci si sono levate dalla nostra area per ricordare che la separazione delle carriere è l’approdo del percorso di costituzionalizzazione del processo penale, che ha visto superare la struttura inquisitoria e autoritaria ereditata dal regime fascista soltanto con il codice di procedura penale del 1988-89. Tanto il nuovo codice, quanto la riforma del giusto processo e dell’articolo 111 della Costituzione, hanno avuto promotori e sostenitori in esponenti storici della sinistra, consapevoli che la principale garanzia contro l’impronta inevitabilmente autoritaria del processo penale sia un giudice realmente terzo, che non dipende da logiche di appartenenza culturale e ordinamentale con la magistratura requirente. Com’è che oggi, sbandierando prospettive di sottoposizione del pubblico ministero al governo che non trovano fondamento nel testo della riforma, abbiamo deciso di abdicare totalmente a quelle istanze? Com’è che, pur di cercare di avversare (giustamente) questo governo, siamo disponibili ad accettare che pm e giudice condividano una prospettiva unitaria del processo quale «ricerca della verità», senza accorgerci che questa prospettiva – proprio perché unitaria – è anche autoritaria? Abbiamo duramente criticato le politiche penali di stampo autoritario di questo governo, ma questa riforma nulla c’entra. Anzi, se la nostra prospettiva è quella della difesa dei diritti, occorre cercare di smarcarsi totalmente dalla vuota retorica del governo e cercare di spiegare che ben più nobili prospettive anti autoritarie possono nascere da un sistema che separa una volta per tutte la logica repressiva dell’attività di indagine da quella garantista del processo e del giudice. Nella commistione tra ruoli e carriere, alimentata da un Csm che è camera di compensazione di interessi alieni al funzionamento della giustizia, si è consolidata un’idea di processo estranea alla nostra cultura garantista.
Per questo siamo convinti che il sì a questo referendum non possa e non debba essere scambiato per un appoggio alle politiche del governo. Non dobbiamo aver paura di votare sì solo perché la riforma viene da destra. Dobbiamo invece aver paura di perdere l’occasione per avere finalmente un processo penale più giusto ed equilibrato.
Stefania Amato, Monica Gambirasio, Dario Lunardon, Aurora Matteucci, Michele Passione, Fabio Sommovigo, Valentina Tuccari
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