Meloni tra prudenza e ambiguità sulla guerra
Dice no alla guerra ma difende basi e alleanze: l’equilibrismo del governo mentre l’Italia resta dentro la strategia occidentale.
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Dice no alla guerra ma difende basi e alleanze: l’equilibrismo del governo mentre l’Italia resta dentro la strategia occidentale.La linea del governo è quella della prudenza. Ma la prudenza, quando la si osserva da vicino, spesso assomiglia a un esercizio di equilibrio politico più che a una vera scelta di campo. L’intervento della premier Giorgia Meloni al Senato sulla crisi in Medio Oriente ne è un esempio piuttosto evidente.
La presidente del Consiglio ha voluto chiarire subito un punto: l’Italia non partecipa e non intende partecipare agli interventi militari contro l’Iran. Una precisazione necessaria in un clima internazionale sempre più teso e in un dibattito politico interno che negli ultimi giorni ha oscillato tra allarmismi e accuse reciproche. Tuttavia, proprio mentre rivendica la non partecipazione diretta, il governo conferma tutto l’impianto strategico che lega l’Italia al sistema militare occidentale: basi americane operative, cooperazione con la Nato, missioni di difesa nell’area del Golfo, invio di assetti e presenza navale nel Mediterraneo orientale.
Non è una contraddizione formale, ma è certamente una contraddizione politica. Dire “non siamo in guerra” mentre si rafforzano dispositivi militari, si coordinano le risposte con Washington, Londra, Parigi e Berlino e si inviano mezzi in aree di tensione significa muoversi dentro una logica di schieramento già definita. È la realtà della politica internazionale, certo. Ma allora sarebbe più onesto dirlo apertamente.
Meloni ha anche respinto con forza due accuse: quella di un governo complice delle scelte altrui e quella di un’Italia isolata in Europa. In effetti, i contatti continui con i principali leader europei mostrano che Roma è dentro il coordinamento occidentale sulla crisi. Ma proprio questo rafforza un punto politico inevitabile: l’Italia non è spettatrice neutrale, è parte di un sistema di alleanze che prende decisioni e assume posizioni.
Il passaggio sulle basi americane è forse il più rivelatore. La premier ricorda che gli accordi con gli Stati Uniti risalgono al 1954 e sono stati aggiornati da governi di ogni colore. È vero. Ma è anche un modo elegante per dire che quella architettura non verrà messa in discussione. E infatti Meloni attacca l’opposizione che oggi ne chiede la revisione: se volevano farlo, sostiene, avrebbero potuto farlo quando erano al governo.
Sul piano interno, il governo si prepara anche alle possibili conseguenze economiche e di sicurezza: monitoraggio dei prezzi dell’energia, task force contro le speculazioni, rafforzamento dei controlli antiterrorismo. Misure comprensibili in uno scenario che potrebbe avere effetti diretti su economia e sicurezza europea.
Il punto politico, però, resta uno. Meloni chiede unità nazionale e invita le opposizioni ad abbandonare le “tifoserie”. È un appello comprensibile nelle fasi di crisi. Ma l’unità non può essere costruita solo chiedendo silenzio o allineamento. In democrazia, soprattutto quando si parla di guerra, alleanze militari e sicurezza internazionale, il confronto non è un fastidio: è una necessità.
Perché la vera domanda che aleggia su questo passaggio storico non è se l’Italia sia formalmente in guerra. La domanda è quanto sia pronta a restare dentro una crisi globale che, anche senza dichiarazioni ufficiali, rischia di coinvolgere sempre di più l’Europa. E su questo, per ora, il governo sceglie la strada più tipica della politica: rassicurare il Paese senza dire fino in fondo dove potrebbe portarci questa crisi.
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