Opposizioni all’attacco del governo, silenzio sulle forche di Teheran.
Coro indignato di Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli contro l’esecutivo: rischio piazze contro Usa e Israele, ma nessuna parola sulle impiccagioni pubbliche e sui dissidenti eliminati dal regime iraniano.
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La morte di Ali Khamenei — annunciata dalla televisione di Stato iraniana dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele che hanno colpito il suo complesso a Teheran — segna uno spartiacque per l’Iran e per l’intero Medio Oriente. Con lui scompare la figura che per oltre trent’anni ha incarnato il volto più rigido e impenetrabile della Repubblica islamica, guidandola attraverso crisi interne, rivolte popolari e conflitti regionali senza mai arretrare di un passo sul terreno della repressione.
Per due generazioni di iraniani Khamenei è stato il simbolo di un sistema chiuso, teocratico e militarizzato. Dalle proteste del 2009, esplose dopo le contestate elezioni presidenziali, fino alla rivolta “Donna, Vita, Libertà” seguita alla morte di Mahsa Amini, la risposta del regime è stata costante: arresti di massa, processi sommari, condanne esemplari. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato migliaia di incarcerazioni e un numero impressionante di esecuzioni capitali, molte delle quali eseguite pubblicamente, con le gru trasformate in strumenti di intimidazione collettiva.
Non si è trattato soltanto di repressione politica. Il controllo si è esteso alla società civile, alla cultura, all’informazione, alla vita quotidiana. Artisti, studenti, operai, attivisti, donne che rivendicavano libertà personali: nessuno è rimasto immune. In diversi casi le famiglie delle vittime hanno denunciato pressioni e richieste di denaro per riavere i corpi dei propri cari, in un clima di paura sistematica.
All’esterno, Khamenei ha perseguito una strategia di espansione dell’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen, sostenendo milizie e attori armati in una rete di alleanze che ha alimentato conflitti per procura e ridefinito gli equilibri regionali. Per i suoi sostenitori era il baluardo contro l’Occidente e contro Israele; per i suoi detrattori, il garante di un isolamento crescente e di un’economia strangolata da sanzioni e scelte ideologiche.
La sua leadership è sempre rimasta distante, quasi ieratica. Rarissime apparizioni pubbliche, comunicazioni calibrate, nessuna vera apertura al confronto politico interno. Anche nei momenti in cui le piazze si riempivano e l’economia mostrava crepe profonde — inflazione, disoccupazione giovanile, fuga di cervelli — la linea non è mai cambiata: fermezza, controllo, repressione.
La sua scomparsa apre ora un vuoto di potere carico di incognite. All’interno del sistema iraniano potrebbero emergere lotte tra fazioni, tentativi di consolidamento da parte dei Pasdaran o, in uno scenario più ottimistico, l’avvio di una lenta transizione. Molto dipenderà dagli equilibri tra istituzioni religiose, apparati militari e leadership politica. Sul piano internazionale, le conseguenze potrebbero riverberarsi nei teatri già instabili del Medio Oriente, con effetti difficilmente prevedibili.
Mentre a Teheran si apre una fase delicata, in Italia il dibattito si concentra soprattutto sulla posizione del governo. La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha invitato l’esecutivo a impegnarsi con ogni sforzo per la de-escalation e a non restare “schiacciato” sull’amministrazione americana, avvertendo del rischio di danni irreparabili al ruolo diplomatico del Paese. L’attenzione, nelle sue parole, è rivolta anche alla sicurezza dei cittadini italiani presenti nella regione.
Il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato frontalmente la premier, sostenendo che il Paese non si sentirebbe tutelato e denunciando una presunta perdita di dignità politica. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, ha parlato di umiliazione dell’Italia e della necessità di tornare a una politica fondata sul diritto internazionale.
Critiche dure, che però si concentrano quasi esclusivamente sugli equilibri diplomatici e sui rapporti con Washington e Tel Aviv. Resta sullo sfondo una questione che rischia di essere rimossa nel confronto interno: cosa ha rappresentato davvero il regime di Khamenei per milioni di iraniani? Se nelle piazze italiane dovessero levarsi proteste contro Stati Uniti e Israele per l’uccisione della Guida suprema, chi ricorderà le impiccagioni pubbliche, le carceri sovraffollate di dissidenti, le donne picchiate per un velo indossato “male”, le vite spezzate nel silenzio delle prigioni?
La fine dell’era Khamenei non cancella automaticamente il sistema che ha guidato, né garantisce un futuro più aperto per l’Iran. Ma chiude simbolicamente una stagione segnata da repressione sistematica e conflitti permanenti. Nel valutare le responsabilità internazionali e le scelte diplomatiche, ignorare questo dato significherebbe offrire una lettura parziale di una pagina storica che, comunque la si giudichi, ha inciso profondamente sulla vita di milioni di persone.
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