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Lavoro e intelligenza artificiale

Entro il 2040 fino a 13 milioni di posti in più in Europa.

Lavoro e intelligenza artificiale

Una nuova nota di ricerca prevede effetti occupazionali complessivamente positivi dell’IA e delle tecnologie digitali emergenti, con forti differenze tra Paesi, regioni e categorie di lavoratori.

I progressi nell’intelligenza artificiale e nella robotica stanno ridisegnando in profondità le economie europee. Secondo una nuova nota di ricerca, pubblicata dalla Commissione europea, entro il 2040 l’impatto combinato di IA e tecnologie digitali emergenti potrebbe tradursi in una crescita media dell’occupazione del 5,9% nell’Unione europea, pari a circa 11,8 milioni di posti di lavoro. Se si considerano anche le dinamiche demografiche, l’incremento medio salirebbe al 6,6%, ovvero oltre 13 milioni di occupati in più.

Ma la traiettoria non sarà lineare né uniforme. Le proiezioni – costruite su diversi scenari tecnologici e demografici – delineano un’Europa in cui la trasformazione digitale crea opportunità, ma accentua al tempo stesso le disuguaglianze territoriali e sociali.

L’analisi combina tre elementi principali:

  • la proiezione dell’innovazione tecnologica attraverso il numero di brevetti legati a IA e tecnologie digitali (classificati secondo la nomenclatura NACE);
  • un modello statistico ARIMA applicato ai dati sui brevetti 2012-2020 per stimarne l’evoluzione fino al 2040;
  • le previsioni demografiche regionali di Eurostat, integrate con diversi scenari su migrazione e mobilità del lavoro.

I ricercatori sottolineano che non si tratta di previsioni puntuali, ma di scenari condizionati: si assume, tra l’altro, che il rapporto tra esposizione tecnologica e occupazione resti stabile nel tempo e che il contesto istituzionale non cambi in modo sostanziale. Ipotesi forti, che rendono i risultati una base di riferimento piuttosto che una fotografia definitiva del futuro.

A livello europeo, IA e tecnologie digitali emergenti potrebbero generare aumenti occupazionali che vanno da incrementi marginali a oltre il 14% del totale entro il 2040, a seconda dello scenario tecnologico considerato.

La traiettoria appare relativamente solida rispetto ai cambiamenti nella mobilità interna dei lavoratori nell’UE. Più decisivo, invece, è il ruolo della migrazione: in assenza di flussi migratori, i guadagni occupazionali complessivi si ridurrebbero sensibilmente. Non perché l’impatto tecnologico si indebolisca, ma perché la contrazione della popolazione in età lavorativa limita la capacità di trasformare il progresso tecnologico in nuova occupazione.

Nel complesso, l’IA non emerge come “distruttrice di lavoro”, ma come potente meccanismo di riallocazione: cambia la geografia, la composizione e la distribuzione dell’occupazione europea.

Tra le grandi economie, Germania e Spagna emergono come i principali beneficiari della transizione digitale. Più contenuti i guadagni previsti per Francia e Italia, dove pesano struttura industriale, minore diffusione delle tecnologie digitali, e per l’Italia anche le dinamiche demografiche meno favorevoli.

Tra i paesi più piccoli spiccano Irlanda, Lussemburgo, Malta e Ungheria, che mostrano elevata adattabilità e resilienza. Al contrario, Finlandia e Romania rischiano stagnazione o declino di lungo periodo soprattutto, ancora, a causa delle prospettive demografiche negative.

Se si guarda all’interno dei Paesi, le divisioni regionali sono altrettanto marcate: alcune aree dell’Europa meridionale e orientale potrebbero registrare forti incrementi occupazionali, mentre parti dell’Italia, della Francia e della Romania affronteranno perdite persistenti. La polarizzazione territoriale appare destinata ad accentuarsi.

I risultati distributivi appaiono più significativi.

Per quanto concerne le competenze, i lavoratori altamente qualificati ne avranno i maggiori vantaggi, con incrementi occupazionali superiori al 20% entro il 2040 in molti Paesi membri. I lavoratori medio-qualificati affrontano prospettive incerte, mentre quelli poco qualificati risultano sistematicamente penalizzati, con perdite attese tra il 20% e il 60%. Il rischio è un marcato aumento della disuguaglianza se la transizione non sarà accompagnata da politiche di riqualificazione (reskilling) su larga scala.

In relazione all’età, i lavoratori tra i 25 e i 64 anni beneficeranno costantemente della trasformazione digitale. Più critico il quadro per i giovani tra i 15 e i 24 anni, che in diversi Paesi – in particolare in Germania e in Italia, oltre che in alcune aree dell’Europa centrale e orientale – affrontano perdite sistematiche di posti di lavoro. Senza interventi mirati, le nuove generazioni rischiano un’esclusione prolungata dal mercato del lavoro.

Infine, relativamente al genere, in molti casi le donne registrano guadagni relativi superiori rispetto agli uomini, contribuendo a ridurre i divari occupazionali di genere. Tuttavia, in alcuni Paesi i vantaggi iniziali potrebbero concentrarsi sugli uomini, rinviando nel tempo il riequilibrio di genere.

Le conclusioni della ricerca sono chiare: i benefici dell’IA non sono automatici, servono scelte politiche mirate. Tra le priorità indicate ai decisori politici si raccomanda di: investire in riqualificazione e apprendimento permanente, per accompagnare lavoratori poco e mediamente qualificati verso professioni ad alta intensità digitale; sostenere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, aumentando l’offerta di apprendistato nei settori tecnologici e gli incentivi alle imprese che assumono e formano nuove leve; promuovere le pari opportunità di genere, favorendo l’accesso delle donne ai lavori digitali e conciliando responsabilità familiari e carriera; facilitare la mobilità del lavoro, anche attraverso il riconoscimento delle qualifiche e la riduzione delle barriere linguistiche e burocratiche; sviluppare politiche territoriali mirate, combinando infrastrutture digitali, innovazione locale e attrazione di nuove industrie nelle aree più fragili; monitorare costantemente gli effetti occupazionali, adottando una governance flessibile capace di adattarsi a un contesto tecnologico in rapida evoluzione.

In sostanza, il quadro complessivo è cautamente ottimistico e dipenderà dalla capacità di adattamento di lavoratori, imprese e regioni, nonché dalla qualità delle politiche pubbliche.

Le conclusioni si basano su ipotesi esplicite e condizioni che potrebbero cambiare (proporzionalità tra dinamica dei brevetti ed esposizione tecnologica, stabilità delle stime occupazionali previste al 2020 e contesto istituzionale invariato). L’adozione reale delle tecnologie, la qualità dell’innovazione, le riforme dell’istruzione, le politiche migratorie o industriali possono modificare profondamente le traiettorie previste. Inoltre, lo scenario europeo va letto nel quadro di dinamiche geopolitiche più ampie, segnate dalla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina e dal relativo ritardo europeo in alcuni settori digitali strategici. La transizione digitale può diventare un volano di crescita e occupazione per l’Europa, tuttavia, senza politiche mirate rischia di amplificare le disuguaglianze tra competenze, generazioni e territori. La partita dell’IA, più che tecnologica, sarà una prova di governance economica e sociale.

Per scaricare la ricerca cliccare qui

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