Anno: XXVIII - Numero 109    
Lunedì 8 Giugno 2026 ore 13:30
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Toghe contro toghe: la guerra delle nomine spacca la magistratura

La polemica sulla procura di Bologna riporta al centro le critiche al Testo Unico. E riapre il dibattito sul ruolo di Palazzo Bachelet.

Toghe contro toghe: la guerra delle nomine spacca la magistratura

«Speravo che dopo il referendum potessimo rialzarci con grazia». La raccolta firme promossa da un centinaio di magistrati a sostegno di Beatrice Ronchi, candidata al posto di procuratore aggiunto di Bologna ma esclusa dalla comparazione finale in Commissione a favore del collega Stefano Dambruoso, ha aperto una frattura profonda nella magistratura. Una frattura che le mailing list e le chat interne stanno mettendo a nudo giorno dopo giorno, riportando alla superficie contraddizioni che la vittoriosa campagna contro la separazione delle carriere non aveva affatto risolto.

Sul tavolo c’è il funzionamento stesso del Consiglio superiore della magistratura, il peso delle correnti e il sistema delle nomine disciplinato dal Testo Unico. Le regole oggi vigenti – cristallizzate in un Testo Unico fortemente sostenuto da Area e Magistratura indipendente e recentemente ritenuto legittimo dal Consiglio di Stato – attribuiscono al Csm, si legge, un’ampia discrezionalità che, secondo molti magistrati, finisce per tradursi nella possibilità di scegliere «chi vuole». Così, la decisione appare spesso l’esito di equilibri tra gruppi associativi e rapporti di forza correntizi, più che una decisione basata sul merito. Da qui nasce la critica a criteri di nomina e fonti di conoscenza considerati incapaci di valorizzare realmente le attitudini professionali dei candidati, criteri difesi a spada tratta dalla maggioranza consiliare. Non si tratta di una novità: molti magistrati riconoscono apertamente che queste criticità esistono da anni e che il sistema è ormai profondamente strutturato. La vera divisione riguarda piuttosto il modo in cui affrontarle. È proprio su questo terreno che la raccolta firme ha fatto esplodere il conflitto.

Una parte significativa della magistratura l’ha accolta, infatti, con forte disagio. Per alcuni si tratta di un’iniziativa «inutile e nociva», capace soltanto di minare la credibilità del Csm e di esporre all’esterno tensioni che dovrebbero rimanere all’interno della categoria. Il ragionamento è semplice: l’appello delegittima l’organo di governo autonomo e trasmette l’idea che un gruppo di magistrati chieda una deroga alle regole per una candidata amica, mentre la procedura è ancora in corso. L’obiettivo, sostengono invece i sostenitori dell’appello, non sarebbe ottenere un trattamento di favore per Ronchi, ma verificare se il sistema consenta davvero una comparazione effettiva tra i candidati. Se così non fosse, il caso concreto diventerebbe la dimostrazione dell’insufficienza delle regole attuali e della necessità di una loro revisione. Con buona pace di chi ha esultato di fronte alla sentenza del Consiglio di Stato.

Dietro questa divergenza si nasconde una questione più profonda: quale debba essere il rapporto tra magistratura e società civile. La stagione referendaria aveva infatti spinto molti magistrati a uscire dai tradizionali circuiti autoreferenziali per spiegare ai cittadini le ragioni del proprio dissenso rispetto alle riforme proposte. Un esercizio di trasparenza che, secondo alcuni, dovrebbe proseguire anche oggi, rendendo pubbliche le criticità del sistema delle nomine. Per altri, invece, quel dialogo non può trasformarsi in una pressione esterna sulle decisioni del Csm né contribuire a trasformare l’organo di autogoverno in una sorta di Parlamento delle correnti, chiamato a rispondere a logiche rappresentative che non gli appartengono. Da qui la richiesta, avanzata da molti, di recuperare riservatezza e misura: le polemiche pubbliche vengono descritte come una «mortificante caduta di stile istituzionale», capace di incrinare la fiducia dei cittadini nell’imparzialità degli uffici giudiziari.

Ma altri magistrati contestano proprio questo richiamo al silenzio che rischia di trasformarsi in uno strumento di conservazione dell’esistente, nel tentativo di nascondere le tensioni. Così, l’invito a «battersi nelle sedi opportune» viene guardato con crescente scetticismo. Perché, osservano alcuni, è proprio seguendo i canali ordinari che negli anni nulla è realmente cambiato. Se il Csm rinvia la discussione all’Anm e l’Anm la rinvia al Csm, il risultato inevitabile è l’immobilismo.

Per questo una parte della magistratura guarda con favore all’iniziativa, considerandola un tentativo forse inedito, forse discutibile, ma non per questo illegittimo, di portare finalmente alla luce problemi che da tempo tutti conoscono: i criteri di nomina, le fonti di conoscenza, il peso degli incarichi fuori ruolo e il ruolo delle correnti nella costruzione delle carriere. Sul punto, del resto, emerge una constatazione particolarmente amara. Nessuno sembra avere un reale interesse a modificare il sistema. Cambiare le regole significherebbe infatti sottrarre alle correnti il loro principale strumento di influenza: la capacità di incidere sulle nomine e, attraverso di esse, sulle carriere. Da qui la domanda posta da una toga ormai in pensione: perché questo tema continua a mobilitare la magistratura più dell’esercizio della giurisdizione? È forse questo il paradosso più evidente emerso dal caso Ronchi. Mentre una parte della magistratura invoca il silenzio per non compromettere la propria credibilità, un numero crescente di magistrati ritiene che la vera fonte di delegittimazione non sia far sapere all’opinione pubblica che le toghe discutono, ma far scoprire che l’oggetto della discussione sia il potere.

Di Simona Musco  Il Dubbio

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