Il Comitato per il Sì dice no a Nordio
Il ministro dà dei "paramafiosi" ai giudici del Csm.
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Ma i moderati che si sono mobilitati a favore del referendum sulla giustizia non la prendono bene. Di Pietro: “Lui e Gratteri parlino alla testa delle persone, non alla pancia”. Il togato di Forza Italia Aimi: “Basta torte in faccia”. Calenda: ” Serve decoro”. Malumori in maggioranza: “Così fa il gioco del no”
Il falco Nordio lascia senza parole i moderati per il Sì. Tra chi pensa che così si fa il gioco del No, e chi invita a tornare a un confronto sui contenuti, i sostenitori della riforma della giustizia cercano di raddrizzare il timone, in vista della fase finale della campagna referendaria. “Nordio e Gratteri esagerano, vogliono parlare alla pancia della gente. Ma qui bisogna rivolgersi alla testa”, dice a Huffpost Antonio Di Pietro, testimonial del comitato per il sì. Dubbi anche dai laici di Forza Italia e da Azione.
Il ministro di giustizia Carlo Nordio, in un’intervista al Mattino di Padova, si scaglia contro le correnti in magistratura. Lo fa con parole che sembrano ricalcate a specchio su quelle che il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, secondo il quale “mafiosi, massoneria deviata e ‘ndranghestisti voteranno sì”.
Per Nordio “il sorteggio” dei due Csm e dell’Alta corte disciplinare “rompe il meccanismo ‘para-mafioso’, il verminaio correntizio” che domina il sistema attuale, per cui “quando un magistrato va davanti alla sezione disciplinare, può trovare chi gli ha chiesto il voto viceversa. Se non ha un ‘padrino’ è finito, morto”.
Mafiosi, padrini: il ministro parla dei magistrati, seppur organizzati in correnti. Le opposizioni non si fanno attendere. Elly Schlein chiede alla premier Giorgia Meloni di “prendere le distanze” da un ministro “inadeguato al suo ruolo”. Giuseppe Conte, Verdi e Sinistra Italiana – che chiede le dimissioni di Nordio – tutti i partiti schierati con il ‘no’ attaccano il titolare della giustizia. Un fuoco di fila di dichiarazioni, contrastato solo da FdI, prima con una isolata nota del capogruppo alla Camera di FdI Galeazzo Bignami, alla quale fanno eco analoghe posizioni di Fabio Rampelli e Stefano Maullu. “Rasentano il ridicolo Elly Schlein e Giuseppe Conte con i loro attacchi verso il ministro Nordio, a cui va la mia solidarietà”, dice Bignami che accusa le opposizioni “di distrarre l’attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Gratteri, ai limiti dell’eversione”.
Fa più rumore il silenzio degli altri partiti di maggioranza. Non una riga arriva dalla Lega, nessuna difesa da parte di Forza Italia. A pomeriggio inoltrato Nordio è costretto ad autodifendersi, con una nota, dichiarandosi stupito da “tanta indignazione scomposta. Mi sono limitato – dice – a citare le affermazioni di Nino Di Matteo”.
Ma se Bignami accusa le opposizioni di voler coprire le posizioni di Gratteri con le critiche a Nordio, i moderati per il sì li accomunano in un modo sbagliato di fare campagna referendaria. Per primo lo fa Carlo Calenda, che pure voterà a favore della riforma: “Hanno entrambi il dovere di mantenere il dibattito su un piano decoroso e di merito”, dice il leader di Azione. Si appella al buon senso anche Antonio Di Pietro, che è il volto noto della campagna referendaria a favore della riforma. “Nordio e Gratteri dovrebbero preoccuparsi di parlare alla testa delle persone, non alla pancia”, spiega l’ex pm. Fdi a parte, gli altri partner di maggioranza, imbarazzati, tacciono. Ma contro le parole di Nordio arriva la posizione di Enrico Aimi, ex senatore di Forza Italia e ora laico degli azzurri nel Csm. Pur riconducendo le parole di Nordio nel “legittimo confronto istituzionale”, Aimi ne prende le distanze: “Il confronto è tra giuristi, non tra pasticceri: bisogna uscire dalla sindrome delle torte in faccia e favorire un dibattito serio, informato e rispettoso. Al centro non ci deve essere lo scontro tra centrodestra e centrosinistra, ma una scelta di merito”.
In maggioranza, lontano dai taccuini, c’è chi rivela il fastidio per una campagna referendaria condotta sopra le righe. “I sondaggi dicono che il sì vince se la partecipazione al voto supera il 46 per cento. Ma continuando così gli elettori non ci verranno a votare. E dunque facciamo il gioco del no”.
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