Anno: XXVIII - Numero 30    
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Disciplinare Csm, Fontana: «Il sistema è sicuro». Mirenda: «Salvano i protetti»

Il primo consigliere togato difende il “doppio binario” tra Procura generale e ministro, mentre il consigliere togato indipendente parla di apparati correntizi e di controlli solo apparenti.

Disciplinare Csm, Fontana: «Il sistema è sicuro». Mirenda: «Salvano i protetti»

«Nel dibattito referendario bisogna fare chiarezza su un punto: quanto avviene alla Sezione disciplinare di Palazzo Bachelet è solo il segmento finale del sistema». Roberto Fontana, togato indipendente del Csm, interviene sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare partendo da un dato che, a suo avviso, rischia di essere oscurato da slogan e semplificazioni.

La Sezione, spiega, viene investita ogni anno di circa 80 procedimenti, dopo che l’azione disciplinare è stata esercitata dalla Procura generale presso la Cassazione o dal ministro della Giustizia. «Di questi, circa 15 si concludono con richieste di non luogo a procedere, mentre i restanti arrivano alla fissazione dell’udienza». La parte più consistente del lavoro, sottolinea, si svolge molto prima, in una fase, denominata “predisciplinare”, che non arriva mai sul tavolo del Csm. Ed è qui che Fontana introduce il concetto chiave: il disciplinare è un meccanismo a «doppio binario», con più passaggi e controlli incrociati. «Il processo davanti alla Sezione disciplinare è lo sbocco finale di un sistema che vede due soggetti distinti, Procura generale e ministro, esercitare poteri paralleli e autonomi. È un sistema a più tappe, con filtri reciproci».

La prima tappa è quella delle segnalazioni. «La maggioranza assoluta» proviene dai cittadini, il resto arriva da avvocati o dai dirigenti degli uffici giudiziari. Proprio i dirigenti, ricorda, hanno un obbligo stringente: «Sono tenuti a comunicare alla Procura generale i fatti che possono avere rilevanza disciplinare. Se si “copre” un collega si rischia a propria volta una responsabilità disciplinare». Le segnalazioni vengono trasmesse spesso contemporaneamente sia alla Procura generale sia al ministro, dove sono gestite dall’Ispettorato. «L’Ispettorato ha poteri di accertamento e acquisizione di atti», osserva Fontana, ricordando che anche la Procura generale dispone di strumenti di indagine preliminare. È proprio nella fase “predisciplinare” che si consuma la parte principale dell’attività: accertamenti, verifiche documentali, acquisizione di atti, valutazione della fondatezza.

«Nell’ultimo quinquennio, le segnalazioni pervenute alla Procura generale sono state circa 1600 l’anno, 1587 nel 2025. Le archiviazioni de plano sono state 1067». Archiviazioni che vengono comunque comunicate al ministro.

Fontana collega questi numeri alla riforma del 2006 che introdusse la “tipizzazione” degli illeciti disciplinari. «Il lavoro non è concentrato in un solo soggetto. Esiste un doppio controllo, perché lo stesso lavoro lo fa anche il ministero. E questo evita il monopolio del disciplinare: né solo del ministro né solo del procuratore generale». E insiste su una regola spesso trascurata: «Se l’azione disciplinare la esercita il ministro, la Procura generale non la può bloccare. E viceversa».

Se la Procura generale opta per l’archiviazione, il provvedimento viene comunicato al ministro che può intervenire: «Entro 10 giorni può chiedere gli atti e ha 60 giorni per formulare l’imputazione e chiedere la fissazione dell’udienza al Csm». Analogamente, anche il non luogo a procedere viene comunicato al ministro a cui spetta l’ultima parola.

Per Fontana, l’istituzione dell’Alta Corte non inciderebbe allora sulla massa principale del lavoro: «L’Alta Corte, svolgendo funzioni di giudice, si interesserebbe sempre e comunque solo di questi 80 fascicoli». Critiche all’analisi di Fontana arrivano da parte dell’altro togato indipendente del Csm, il giudice Andrea Mirenda, che parla di una narrazione «a senso unico» e denuncia una profonda “complicità” tra Procura generale della Cassazione, ministro, Ispettorato generale e Sezione disciplinare, «tutti colonizzati da apparati correntizi che controllano militarmente le iniziative punitive».

Mirenda contesta in radice l’idea che il ministro, avendo l’ultima parola, possa fungere da correttivo: «Si continua col refrain del ministro che non impugna, ma ci si dimentica volutamente chi c’è al ministero a dargli consigli». E aggiunge che anche quando il ministro impugna, l’esito non è scontato, perché «lo scrutinio della Cassazione non può mai intaccare il merito delle valutazioni della disciplinare». Ne deriva, secondo Mirenda, un paradosso: se la ricostruzione dei fatti è “generosa” verso un magistrato protetto dal sistema correntizio, l’impugnazione diventa quasi inutile: «Che impugna a fare il ministro?».

Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio

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