Giustizia e politica devono fermarsi, ricostruire fiducia e rispetto istituzionale.
Alla Cassazione appello corale: stop allo scontro, dialogo leale tra poteri per salvare indipendenza magistratura e credibilità democratica del Paese.
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La cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario alla Cassazione ha restituito un’immagine chiara: lo scontro frontale tra politica e magistratura ha superato da tempo la soglia di guardia. Non è più una dialettica fisiologica tra poteri dello Stato, ma una contrapposizione che rischia di erodere la fiducia dei cittadini nella giustizia e, con essa, nella tenuta stessa delle istituzioni democratiche.
Le parole del procuratore generale Pietro Gaeta colpiscono per la loro nettezza: una giurisdizione “sfregiata nell’immagine” non è un problema corporativo, ma un danno collettivo. Quando il sistema giudiziario perde autorevolezza, a pagarne il prezzo non sono solo i magistrati, bensì i cittadini che chiedono tutela dei diritti, l’avvocatura e lo Stato nel suo complesso. L’invito a recuperare razionalità, equilibrio e rispetto reciproco suona come un richiamo urgente alla responsabilità.
Anche il ministro Carlo Nordio ha rivendicato con forza l’indipendenza della magistratura come principio “non negoziabile”, respingendo l’idea che le riforme in corso rappresentino un attacco all’autonomia delle toghe. Un’affermazione che, al di là delle divergenze politiche, individua un terreno comune sul quale il confronto dovrebbe tornare a muoversi: quello della leale collaborazione, non della delegittimazione reciproca.
Il messaggio che arriva dalla Cassazione, dal Csm e dalle altre voci istituzionali è corale: lacerazioni e semplificazioni non aiutano a risolvere problemi complessi. Servono dialogo, chiarezza dei ruoli e capacità di distinguere il conflitto politico dalla difesa dei principi costituzionali. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio, ma una garanzia per tutti. E difenderla significa anche sottrarla alla spirale dello scontro permanente.
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