Indegno usare i morti di Bologna per fare propaganda
Accostare referendum e strage è una strumentalizzazione vile che offende vittime, avvelena il confronto pubblico e impoverisce la democrazia italiana.
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Perfetto, allora allarghiamo il respiro e affondiamo un po’ di più il colpo.
C’è un confine che nel dibattito pubblico non dovrebbe mai essere attraversato. Non è una linea sottile, non è ambigua: è netta. È il confine che separa il confronto politico dall’uso strumentale dei morti, delle stragi, del dolore collettivo. Quando lo si oltrepassa, non si sta più discutendo di idee, ma si sta manipolando la memoria.
Accostare il referendum sulla separazione delle carriere alla strage del 2 agosto 1980 non è una semplice provocazione. È un’operazione pericolosa e profondamente scorretta. Evocare un presunto “filo nero” che legherebbe una riforma costituzionale a uno dei più gravi atti terroristici della storia repubblicana significa trasformare una tragedia nazionale in un’arma di propaganda. Significa usare l’orrore per suscitare paura, insinuare sospetti, delegittimare l’avversario senza entrare nel merito.
Non è un caso che le reazioni più dure siano arrivate dall’avvocatura. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e la Camera penale di Bologna hanno parlato senza giri di parole di affermazioni infondate, falsità, strumentalizzazioni che avvelenano il dibattito democratico. Non si tratta di difendere una riforma in quanto tale, ma di difendere il metodo, il terreno comune su cui una democrazia sana dovrebbe discutere: i fatti.
E i fatti dicono altro. Il richiamo al “piano di rinascita” di Licio Gelli è non solo improprio, ma rovesciato. Quel documento prevedeva l’assoggettamento della magistratura al potere politico e negava qualsiasi distinzione tra giudice e pubblico ministero. La riforma oggi sottoposta a referendum fa l’esatto contrario: rafforza la terzietà del giudice, mantiene l’autonomia e l’indipendenza delle toghe, esclude ogni controllo politico, conferma il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Sostenere il contrario non è un’opinione: è una mistificazione.
Ma c’è un livello ancora più grave, che va oltre l’inesattezza giuridica. La strage di Bologna non è un argomento retorico. È una ferita ancora aperta, una memoria dolorosa che appartiene all’intera comunità nazionale. Usarla come grimaldello in una campagna referendaria significa banalizzarla, svuotarla del suo significato, ridurla a strumento di lotta. È un’offesa alle vittime, ai familiari, e a tutti coloro che continuano a chiedere verità e giustizia.
Il referendum è, per definizione, la più alta espressione della sovranità popolare. Chiede confronto, responsabilità, rispetto per l’intelligenza dei cittadini. Alimentare un clima di allarme morale, evocare stragi e complicità, diffondere un senso di paura irrazionale non rafforza la democrazia: la indebolisce.
Si può essere contrari alla riforma. Si può criticarla duramente. Si possono mettere in discussione le scelte del legislatore, nel merito e nel metodo. Ma c’è una differenza enorme tra argomentare e insinuare, tra dissentire e delegittimare, tra convincere e spaventare.
Quando il dibattito scivola nella strumentalizzazione del lutto, quando i morti diventano un mezzo per alzare il volume dello scontro, qualcosa si rompe. E non riguarda solo una parte politica o un referendum specifico. Riguarda la qualità del nostro spazio pubblico.
Usare una strage per fare propaganda non è solo sbagliato. È indegno.
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