La concentrazione della ricchezza erode la democrazia verso l’autocrazia
In questi giorni sono usciti tre studi molto interessanti e che dovrebbero essere illustrati anche nelle scuole.
In evidenza
Il primo è “Nel baratro della disuguaglianza, come uscirne e prendersi cura della democrazia” di Oxfam Italia.
Il secondo è la news del 17.02.2026 dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre “Fisco: meno tasse sulle famiglie, più prelievo su banche e grandi imprese” e il terzo il XXIV Rapporto annuale dell’INPS.
Cerchiamo di fare una sintesi.
Scrive OXFAM Italia che “Il 2025 passerà agli annali come un altro anno superlativo per i miliardari globali: per la prima volta nel mondo ci sono più di 3.000 miliardari e alla fine di novembre 2025 la loro ricchezza netta aggregata ha raggiunto il livello record di 18,3 trilioni di dollari. È evidente che viviamo in un mondo caratterizzato da forti disuguaglianze e precarietà.
È ampiamente dimostrato e riconosciuto che l’estrema disuguaglianza economica è profondamente dannosa per le persone e il pianeta.
La disuguaglianza economica gioca un ruolo chiave nell’erosione dei diritti e della libertà politica e crea un terreno fertile per l’autoritarismo.
Studi accademici hanno mostrato come all’aumento della disuguaglianza sia associato un rischio maggiore di indebolimento della democrazia.
Elevate disuguaglianze rappresentano il fallimento della democrazia: corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune.”
Quello che accade a livello globale accade anche in Italia: nel 2025 i miliardari italiani, 79 individui, hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro raggiungendo 307,5 miliardi. Il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera.
Il PIL della avvocatura lo riconferma se è vero, com’è vero, che l’8% di essa detiene quasi il 50% dell’intera ricchezza!
La concentrazione di ricchezza estrema rende pochi individui politicamente potenti e influenti, mentre la povertà economica di ampie fasce della popolazione tende a tradursi in una povertà politica. Quando si è poveri, gli ostacoli per la partecipazione a processi decisionali e alla vita pubblica diventano spesso insormontabili. Ne deriva una limitata capacità di influenzare le politiche, di godere dei propri diritti e di plasmare il proprio futuro.
La disuguaglianza economica determina quindi la disuguaglianza politica e la democrazia scivola, inesorabilmente, verso l’autocrazia!
Per Oxfam Italia tra il 2007 e il 2023 i redditi reali delle famiglie italiane si sono ridotti in media dell’8,7% con aumento della povertà. Nel 2024, il 18,9% della popolazione residente in Italia (circa 11 milioni di individui) risultava a rischio di povertà (di reddito), disponendo di un reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale.
La news del 17.01.2026 dell’Ufficio Studio della CGIA di Mestre ci dice che “negli ultimi 4 anni le famiglie italiane hanno beneficato di una riduzione del carico fiscale superiore al 33 miliardi di euro. Nonostante ciò, la pressione fiscale complessiva, data dal rapporto tra le entrate fiscali e il PIL, è tornata a crescere e nel 2025 si è attestata al 42,8% come risulta dal grafico.
Come si spiega questa apparente contraddizione? Secondo l’Ufficio Studi della CGIA, l’aumento è riconducibile soprattutto al forte incremento dell’occupazione registrato negli ultimi anni che ha incrementato le entrate tributarie e contributive e al maggior prelievo richiesto alle grandi imprese, alle banche e alle assicurazioni.”
La spiegazione, a mio avviso, va cercata altrove ed è molto meno positiva: è legata a un sistema fiscale mal disegnato.
Mi permetto di ricordare che la pressione fiscale è un rapporto tra entrate e PIL e che i maggiori redditi degli occupati entrano anche nel PIL, cioè nel denominatore del rapporto. Se la pressione fiscale cresce, è perché i redditi dei lavoratori sono tassati di più degli altri redditi.
I redditi da lavoro dipendente sono, infatti, tassati molto più degli altri redditi per la progressività dell’imposta, mentre gli altri redditi sono tassati con aliquote proporzionali.
Il XXIV Rapporto annuale dell’INPS, che si diffonde per 360 pagine, non è un mero esercizio di rendicontazione, ma uno strumento di orientamento pubblico, che mette a disposizione dati, evidenze e scenari utili alla programmazione politica, istituzionale ed economica. Come ha scritto il suo Presidente nella presentazione, è il frutto di un lavoro di analisi rigoroso, volto a offrire una bussola per le decisioni pubbliche. “Il passaggio dalla vita attiva alla pensione rappresenta un momento cruciale nel ciclo di vita individuale, non solo sul piano economico, ma anche dal punto di vista dell’equità e del benessere sociale. In tale transizione, il sistema pensionistico pubblico italiano si è dimostrato uno strumento di riequilibrio, contribuendo a ridurre i divari economici accumulati durante la carriera lavorativa. La distribuzione dei redditi da pensione risulta caratterizzata da una minore dispersione rispetto a quella dei redditi da lavoro, con effetti particolarmente favorevoli per i percettori di redditi più bassi, i quali tendono a migliorare la propria posizione una volta in pensione. Tale dinamica è riconducibile alla struttura dei tassi di sostituzione, più favorevoli per le fasce reddituali più deboli, e riflette l’azione redistributiva implicita nel disegno del sistema previdenziale pubblico. In un contesto caratterizzato da crescente eterogeneità dei percorsi lavorativi, ciò conferma la rilevanza della funzione di tutela esercitata dal sistema pensionistico e la necessità di monitorarne costantemente l’equità, oltre che la sostenibilità”.
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