La sinistra che sceglie sempre di non scegliere
Ucraina, Iran, autocrazie: non è complessità, è selettività morale. L’anti-occidentalismo sopravvive come riflesso e paralizza ogni scelta politica reale.
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Il punto oggi non è Marx né Berlinguer. È molto più semplice, e molto più scomodo: sono le scelte concrete, qui e ora. E su queste scelte la sinistra italiana continua a inciampare sempre nello stesso riflesso condizionato, mascherandolo da prudenza, pluralismo o amore per la pace.
Sull’Ucraina il copione è noto. Solidarietà verbale a Kiev, bandiere sventolate nei comunicati, poi però una sistematica retromarcia quando si parla di armi, sanzioni efficaci, deterrenza. La “pace” viene invocata come valore assoluto, ma senza mai chiarire a quali condizioni. Il risultato è che, di fatto, si accetta che sia l’aggressore a dettare il perimetro del negoziato. Non è pacifismo: è rinuncia alla responsabilità.
Ancora più rivelatore è il caso iraniano. Nel 2022, davanti alla repressione feroce del regime, c’è stata un’ondata emotiva di solidarietà. Poi il silenzio. Nessuna mobilitazione strutturata, nessuna pressione politica duratura, nessuna continuità. Troppo complicato, troppo scomodo schierarsi contro una dittatura apertamente anti-occidentale e alleata di Mosca. I diritti umani, evidentemente, valgono a intermittenza.
Questo non è pluralismo né complessità. È selettività morale. Le dittature si condannano solo quando non disturbano la narrazione principale. Quando non scegliere diventa una postura politica, qualcuno sceglie al posto tuo e quasi mai a favore dei più deboli.
Una cosa è certa. Come ha detto giustamente il direttore de Il Mulino, la sinistra italiana fatica a riconoscere l’imperialismo quando non ha il volto dell’Occidente. Su Russia, Iran e in parte sull’islamismo radicale agisce un riflesso storico-culturale profondo, spesso inconsapevole. Non è solo ideologia: è sedimentazione.
I miti della Guerra fredda non sono mai stati davvero elaborati. Non perché le nuove generazioni li conoscano, ma perché li hanno assorbiti come senso comune. A sinistra il problema è più evidente perché l’unica tradizione che ha lasciato un’eredità simbolica forte è stata quella comunista; il socialismo democratico, strutturalmente antitotalitario, è stato rimosso, quasi cancellato.
Per decenni “stare per la pace” ha significato stare oggettivamente dalla parte dell’URSS: negli anni Cinquanta contro la DC accusata di neofascismo, negli anni Ottanta contro gli euromissili che avrebbero accelerato il crollo sovietico. Allora non era chiaro a molti, e non lo è oggi.
Iran e islamismo radicale rientrano nello stesso schema: nemici dell’Occidente, alleati diretti o indiretti di Mosca. Da qui il richiamo costante “contro l’America e contro l’Occidente, comunque”. È un riflesso identitario, non una lettura del mondo.
Per questo suona stonata la pretesa di una “purezza” di sinistra contro le dittature. Storicamente è accaduto spesso il contrario, con l’eccezione rimossa del socialismo democratico. La sinistra post-comunista finisce così per essere una parodia di sinistra: incapace di fare i conti con il fallimento liberticida del comunismo, continua ad adattare schemi vecchi a fenomeni nuovi.
Il multipolarismo emergente ha solo tolto il velo. Gli avversari dell’Occidente sono imperialisti quanto e più dell’Occidente, con in più il carico delle autocrazie. E una sinistra che non lo vede, o finge di non vederlo, non è radicale: è semplicemente prigioniera del proprio passato.
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