Anno: XXVIII - Numero 13    
Mercoledì 21 Gennaio 2026 ore 13:30
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Quegli spot antiriforma affossano credibilità e decoro di noi toghe

Intervista a Natalia Ceccarelli, giudice di Corte d'appello a Napoli: «Anziché farci carico delle derive correntizie, diffondiamo messaggi maliziosamente fuorvianti»

Quegli spot antiriforma affossano credibilità e decoro di noi toghe

Natalia Ceccarelli (nella foto), consigliera alla Corte d’appello civile di Napoli, eletta nel Comitato direttivo centrale dell’Anm con il gruppo dei CentoUno.

Lei ha detto che con i manifesti nelle grandi stazioni l’Anm «ha abbracciato la politica e il modus degli imbonitori». Ci spiega meglio?

Attraversiamo una fase delicatissima, nella quale la magistratura associata dovrebbe mostrare consapevolezza della propria quota di corresponsabilità omissiva rispetto alle degenerazioni che hanno favorito, nel comune sentire, il progressivo sgretolamento del suo patrimonio di credibilità, e, nel contempo, offrire garanzia di equilibrata rigenerazione. Il Comitato referendario ha scelto, invece, di veicolare un messaggio maliziosamente fuorviante e, quel che è peggio, connotato da allarmismo. Anziché rassicurare sull’integrità del ruolo di garanzia richiestoci, incrementiamo, in tal modo, il nostro distacco dal corpo sociale. L’effetto è che le ragioni di quanti sono già orientati si rinsaldano, mentre non si sposta un solo voto tra gli indecisi.

L’Anm ha stanziato altri 300mila euro: qual è la posizione sua e del suo collega Andrea Reale?

Ci siamo opposti al rifinanziamento, come ci eravamo opposti alla costituzione di un comitato direttamente impegnato nella campagna referendaria, che avrebbe inevitabilmente trasformato l’associazione in un soggetto politico, al netto dell’espediente rappresentato dalla gemmazione di un organismo dotato di autonoma soggettività. Riteniamo, peraltro, che la sostanziosa ipoteca referendaria messa sulle non illimitate risorse associative pregiudichi il perseguimento dei tradizionali scopi statutari di solidarietà sociale e di assistenza sindacale, che ispirano l’adesione all’Anm del 97% dei magistrati italiani. Costoro chiedono assistenza professionale. L’iscrizione non include, per forza di cose, anche una delega politica in bianco.

I Centouno da sempre sono favorevoli al sorteggio. Perché?

Se sgombriamo il campo dal grande equivoco storico della rappresentatività politica del Csm, propugnato dalle correnti per giustificarne l’occupazione militare, e reiterato anche a fronte delle ripetute smentite della Corte costituzionale, il sorteggio si mostra nitidamente per quello che semplicemente esso è: la realizzazione del principio di uguaglianza di tutti i magistrati, che si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni, e che sono soggetti soltanto alla legge. Nel contempo, esso garantisce a tutti i magistrati l’imparziale esercizio delle funzioni demandate ai consiglieri, principalmente di quelle che implicano scelte sulle carriere dei singoli. L’applicazione del criterio comparativo conferisce a tali funzioni una connotazione “decisoria”, il cui corollario è, necessariamente, la casualità dell’individuazione di chi la esercita. Né più e né meno di quanto avviene all’utente della giustizia, che non può scegliersi il giudice, ostandovi il principio del giudice naturale precostituito per legge, a garanzia dell’imparzialità dell’esercizio della giurisdizione. Il paradosso rappresentato dalla sovrapposizione tra votanti e amministrati ha consentito il proliferare delle degenerazioni correntizie, grazie alle quali è migliore chi aderisce alla corrente elettoralmente più forte, mentre chi non si presta a tale reclutamento resta invisibile per tutta la sua vita professionale, sia rispetto agli incarichi e alle promozioni, sia, quel che è peggio, per l’accesso alla giurisdizione superiore, cui è demandato il delicatissimo compito di nomofilachia, che nulla dovrebbe avere a che fare con le aspirazioni di carriera del singolo.

Invece cosa pensa delle altre parti della riforma?

Ho condiviso col mio gruppo le perplessità ampiamente manifestate dall’associazione rispetto alla separazione delle carriere e all’Alta Corte disciplinare. Sulla separazione la mia analisi si era inizialmente arrestata al contesto storico-politico di gestazione della riforma. Ma un magistrato deve ragionare in termini squisitamente tecnico-giuridici. Con il progredire del dibattito referendario ho maturato la convinzione che essa è il naturale epilogo sistematico dell’introduzione del codice accusatorio, che porta il nome di Giuliano Vassalli, un partigiano antifascista. La riforma, da questo punto di vista, non ha connotazione politica. Sicuramente non è un prodotto dell’attuale compagine di governo, cui semmai va riconosciuto solo il merito di avere portato a compimento ciò che i governi di sinistra avevano progettato. Circa l’Alta Corte, permangono tuttora perplessità, dovute al fatto che il sorteggio per i due Csm di nuovo conio e la garanzia di imparzialità che esso potrà offrire fanno apparire la devoluzione della sola funzione disciplinare a un ulteriore organo come un orpello inutile della riforma. Vedremo, nei fatti, come si atteggerà.

Ma quindi il 22 e 23 marzo che voterà?

È il merito che bisogna guardare. Il referendum impone una scelta: sì, no, astensione. Escludendo l’astensione, che non ho mai praticato e che non intendo cominciare adesso, la mia personale scelta dipenderà da una valutazione complessiva sul confronto tra l’assetto normativo attuale e quello potenziale. Le ho esposto il mio pensiero sui tre punti della riforma. Giudichi lei quali conclusioni se ne possono trarre.

Lei è stata gip, in passato. Il Comitato “Sì Riforma”, presieduto dal professore Zanon, ha diffuso una card in cui dice che alla base delle ingiuste detenzioni c’è una combine tra pm e giudici: che ne pensa?

Più o meno ciò che penso dei manifesti ferroviari. Trattasi di argomento specioso. Da gip non ho mai percepito il condizionamento dei pubblici ministeri. Semmai erano loro a sentire, talvolta, il peso della verifica dei risultati della “loro” indagine. Forse occorrerebbe cambiare prospettiva sul tema.

Valentina Stella  su Il Dubbio

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