Dazi, prudenza e realismo: l’Italia sceglie il dialogo contro l’escalation
Davanti ai dazi trumpiani l’Europa esita, Roma frena, perché una guerra commerciale danneggerebbe alleanze, mercati, credibilità e stabilità occidentale comune.
In evidenza
La linea di prudenza adottata dal governo italiano non è un esercizio di attendismo né un riflesso pavido. È, al contrario, una scelta lucida in un contesto internazionale dove l’istinto punitivo rischia di produrre più danni delle misure che vorrebbe correggere. Evitare una risposta immediata ai dazi annunciati da Donald Trump e privilegiare il canale del dialogo significa riconoscere un dato politico ed economico elementare: una guerra commerciale tra alleati non ha vincitori, solo costi crescenti e difficilmente reversibili.
Il dibattito attorno al cosiddetto “bazooka commerciale” europeo, lo strumento anti-coercizione evocato con enfasi da Emmanuel Macron, mostra tutti i limiti di una reazione muscolare. Non perché manchino i mezzi, ma perché il loro utilizzo aprirebbe una spirale di ritorsioni che l’Unione Europea, oggi, non è nelle condizioni di governare senza lacerazioni interne. La cautela di molti Stati membri nasce proprio da qui: dalla consapevolezza che l’unità europea è una risorsa fragile e che metterla alla prova su un terreno così scivoloso sarebbe un azzardo.
C’è poi il fattore politico americano. Quando l’interlocutore appare erratico, smentito a tratti dal suo stesso campo e incline a decisioni impulsive, la fermezza non coincide necessariamente con la reazione immediata. Al contrario, mantenere sangue freddo e lasciare che le contraddizioni emergano può rivelarsi più efficace di una controffensiva affrettata. Gli strumenti davvero incisivi — finanziari, commerciali, regolatori — esistono e sono noti. Proprio per questo vanno custoditi come extrema ratio, non consumati in una prova di forza simbolica.
L’Europa, del resto, detiene leve tutt’altro che marginali. Gli oltre 8.000 miliardi di dollari in asset statunitensi nelle mani di investitori europei raccontano di un’interdipendenza profonda, che rende ogni escalation un rischio sistemico per l’intera alleanza occidentale. In uno scenario in cui la stabilità geoeconomica è già messa sotto pressione da crisi multiple, usare queste leve senza una strategia condivisa sarebbe irresponsabile.
La prudenza italiana va letta in questa chiave: non come segnale di debolezza, ma come tentativo di guadagnare tempo, costruire consenso europeo e tenere aperto uno spazio negoziale. Che piaccia o no a Parigi, è probabile che questa sia la traiettoria verso cui convergeranno molti partner. Perché, oggi più che mai, la vera forza dell’Europa sta nella capacità di non reagire di impulso, ma di scegliere quando — e se — colpire.
Altre Notizie della sezione
Toghe in processione tra altari e sezioni di partito politico
19 Gennaio 2026L’Anm fa politica militante ovunque, benedetta o rossa: predica indipendenza, pratica potere, confonde ruoli, occupa spazi, chiede fede cieca totale.
E adesso? Le toghe fiutano la sconfitta
16 Gennaio 2026Il fronte del No prepara il dopo voto tenta mediazioni ministeriali ma scopre un Guardasigilli deciso a tirare dritto comunque.
La sinistra naviga a vista in politica estera
15 Gennaio 2026Tra antioccidentalismi, ambiguità e silenzi, manca una bussola comune: senza esteri seri non si governa.
