La sinistra naviga a vista in politica estera
Tra antioccidentalismi, ambiguità e silenzi, manca una bussola comune: senza esteri seri non si governa.
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C’è una regola non scritta ma ferrea nella storia repubblicana italiana: senza una politica estera chiara, coerente e credibile non esiste alcuna reale cultura di governo. La politica estera, infatti, non è una materia accessoria né un terreno per esercizi retorici o testimonianze ideologiche. È, al contrario, la bussola che misura l’affidabilità di una classe dirigente e la sua capacità di stare nel mondo reale.
Oggi, da questo punto di vista, il quadro è netto. La coalizione di centrodestra, pur con evidenti differenze interne, ha una linea riconoscibile sul piano internazionale. La posizione espressa dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani si colloca nel solco della tradizione storica della politica estera italiana: fedeltà all’Alleanza atlantica e impegno, tutt’altro che semplice, nel rafforzamento dell’unità europea. È la linea che ha garantito all’Italia stabilità, credibilità e ruolo internazionale dal secondo dopoguerra in poi. Le ambiguità populiste della Lega salviniana esistono, ma restano marginali e non incidono sulla concreta definizione della politica estera del governo.
Di tutt’altro tenore è, invece, la situazione nel campo della sinistra e del fronte progressista. Qui non solo manca una linea comune, ma emerge una vera e propria frattura culturale rispetto alla tradizione internazionale dell’Italia democratica. Le recenti prese di posizione su scenari delicatissimi — dal Venezuela all’Iran — mostrano una miscela preoccupante di antiamericanismo ideologico, pulsioni antioccidentali, ambiguità sull’antisemitismo e indulgenti giudizi verso regimi autoritari e dittatoriali. Le parole spese pubblicamente da esponenti sindacali e politici su figure come Maduro non sono scivoloni isolati, ma il sintomo di un vuoto politico più profondo.
Il punto centrale è semplice e non ideologico: come può proporsi alla guida del Paese una coalizione che non sa dire con chiarezza da che parte sta nello scacchiere internazionale? Governare senza una politica estera condivisa significa affidarsi all’improvvisazione, all’avventurismo, alla pericolosa illusione che basti la “fantasia” per sostituire la responsabilità.
Finché la sinistra italiana non chiarirà la propria collocazione internazionale e non recupererà una linea coerente con la storia repubblicana del Paese, la sua candidatura al governo resterà fragile e poco credibile. Perché senza una bussola sugli esteri non si governa: si naviga a vista. E il rischio, per l’Italia, sarebbe quello di finire fuori rotta.
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