Milioni spesi, anni persi, udienze accumulate
Alla fine, resta un’assoluzione e il conto salato dei ritardi cronici.
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C’era una volta un processo che nasceva già con il megafono.
Titoli pronti, talk show prenotati, sentenze anticipate.
Si chiamava Open Arms e prometteva di essere l’atto finale contro un avversario politico.
Non lo è stato.
È finito come finiscono spesso i processi caricati di aspettative ideologiche: con una richiesta di rigetto e una parola che pesa come un macigno, assoluzione.
La Procura generale della Cassazione non ha avuto tentennamenti. Niente forzature, niente acrobazie giuridiche. Il fatto non sussiste, punto.
E allora resta una domanda scomoda.
Quante risorse pubbliche sono state bruciate inseguendo una tesi politica? Quanti magistrati, cancellieri, forze dell’ordine impegnati per anni?
Mentre i tribunali affogano nei fascicoli veri. Mentre i processi civili durano un’era geologica.
Mentre le vittime attendono giustizia, non simboli.
Il ricorso “per saltum” è stato l’ultimo colpo di teatro. Saltare l’appello per accelerare la Storia.
Peccato che il diritto non segua i palinsesti televisivi.
La giustizia non è un’arena elettorale. Non serve a regolare conti politici né a scrivere narrazioni.
Serve a stabilire responsabilità, con prove e norme.
Qui le prove non c’erano. E le norme non dicevano ciò che si voleva sentire.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un’assoluzione che chiude una stagione. E lascia sul tavolo il conto dei ritardi accumulati.
Soldi pubblici spesi. Tempo perso. Credibilità istituzionale logorata.
Forse è il momento di dirlo senza ipocrisie. La giustizia spettacolo non fa giustizia a nessuno.
E alla fine, come sempre, paga Pantalone
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