Una riforma per pochi, spacciata per tutti
Il Cnf parla di condivisione ampia, ma Anf e Mga denunciano una riforma obsoleta e corporativa.
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Escludere il Congresso di Torino dal dibattito significa togliere voce alla maggioranza dell’avvocatura.
C’è una distanza enorme tra la narrazione ufficiale e la realtà dei fatti. Il Presidente del Cnf,
Francesco Greco, ha definito la riforma dell’ordinamento forense “la riforma di tutti gli avvocati”, frutto di una condivisione senza precedenti. Un’affermazione impegnativa, ma che rischia di trasformarsi in slogan, perché basta guardare un po’ più da vicino per accorgersi che la categoria non è affatto compatta.
Lo dimostrano le prese di posizione nette: l’Associazione Nazionale Forense ha chiesto al ministro Nordio di fermare l’iter e aprire un vero confronto. Il Movimento Giuristi Avvocati ha espresso critiche severe. Se due realtà così rappresentative si schierano contro, parlare di “condivisione ampia” è quantomeno discutibile.
Il cuore del problema è che questa riforma non guarda all’avvocatura nella sua interezza, ma si concentra su una fascia ristretta: quella dell’8% della professione che dichiara redditi oltre i 115.650 euro. È questa l’élite che, con il Ddl, potrà consolidare la propria posizione assumendo incarichi di amministrazione e controllo nelle società di capitali e negli enti pubblici e privati.
In più, la norma che amplia i mandati consecutivi di rappresentanza tradisce la logica di ricambio democratico che, fino a oggi, ha caratterizzato le scelte congressuali. È un segnale chiaro: si rafforzano le carriere e i poteri dei pochi, mentre i tanti restano spettatori. E mentre si blindano posizioni di vertice, la riforma lascia irrisolti i nodi che toccano la quotidianità della maggioranza:
il tema dell’intelligenza artificiale, che rivoluzionerà il lavoro dell’avvocato, è ignorato;
i giovani professionisti restano schiacciati tra pratiche mal retribuite e precarietà;
si introducono collaboratori senza tutele, accentuando la frattura tra “padroni” e “gregari” della professione.
Non è questo il segnale di modernità di cui l’avvocatura ha bisogno.
A rendere ancora più evidente la sproporzione tra parole e fatti è la scelta di escludere il Congresso Forense di Torino dal dibattito. Un appuntamento che dovrebbe rappresentare il luogo naturale del confronto democratico viene privato del tema più importante degli ultimi anni.
Perché questa esclusione? Forse perché il consenso sbandierato rischierebbe di incrinarsi davanti a una platea ampia, plurale e spesso molto più pragmatica di chi siede ai tavoli istituzionali.
Nessuno mette in discussione la legittimità del percorso seguito dal Cnf: il mandato istituzionale c’è. Ma legittimità non significa automaticamente rappresentatività. La differenza è sostanziale: se la riforma viene costruita dall’alto e su misura per pochi, non potrà mai essere percepita come riforma dell’intera avvocatura.
E allora la domanda resta sospesa, e pesa come un macigno: perché non aprire il confronto al Congresso? Se davvero la riforma è così condivisa, non dovrebbe temere il giudizio dei colleghi.
La sensazione, purtroppo, è che non ci si fidi della voce della base. E che la riforma, anziché
modernizzare la professione, serva solo a rafforzare chi già oggi detiene potere e visibilità. Una riforma per pochi, insomma, spacciata per tutti.
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