Renzi e Calenda, il déjà-vu del centrosinistra
L’ennesimo scontro tra Matteo Renzi e Carlo Calenda non è soltanto un fatto di personalismi: rischia di produrre conseguenze concrete sul già fragile equilibrio del centrosinistra in vista delle regionali.
In Toscana, il “campo largo” con Pd e M5S dovrebbe garantire al presidente uscente Eugenio Giani un vantaggio sulla destra. Ma se Azione decidesse di sfilarsi, anche solo appoggiando un candidato alternativo, il rischio sarebbe quello di disperdere voti preziosi soprattutto nelle aree urbane e nei ceti medi più sensibili ai temi dell’innovazione e delle imprese. Uno scenario che, in una regione considerata un “fortino”, potrebbe riaprire partite che sembravano chiuse.
In Calabria, il discorso è ancora più delicato: la candidatura di Tridico, sponsorizzata dai 5 Stelle, rischia di polarizzare il voto e allontanare proprio quella fascia riformista che Azione e Italia Viva cercano di intercettare. Se Calenda scegliesse la corsa solitaria, il fronte progressista si presenterebbe diviso e indebolito contro una destra che, al contrario, gode di maggiore compattezza.
Più in generale, la frattura tra i due ex soci del Terzo Polo ha un impatto nazionale. L’idea di una “tenda riformista” che possa incidere negli equilibri del centrosinistra si allontana, mentre il rischio è che riformisti e liberali finiscano dispersi, con percentuali troppo esigue per pesare. A trarne vantaggio sono sia il Pd, che consolida la sua funzione di perno inevitabile, sia la destra, che osserva con soddisfazione l’incapacità degli avversari di trovare una sintesi.
Renzi punta sul pragmatismo del bipolarismo, Calenda sulla coerenza programmatica. Ma finché resteranno su binari opposti, il centrosinistra rischia di consegnare alla destra non solo la narrazione della compattezza, ma anche i governi regionali e, in prospettiva, il Paese.
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