La Cassa forense perde iscritti.
Gli avvocati guadagnano meno.
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I costi della professione sono decisamente alti, aumentano le cancellazioni dalla Cassa forense e in molti abbandonano l’attività. Sono state registrate, nel 2024, 8.043 cancellazioni fra i legali iscritti alla Cassa forense mentre le nuove iscrizioni sono state 6.393, con un saldo in negativo pari a 1.650 unità. Le cancellazioni che riguardano le donne in toga sono 5.408, la metà delle quali con un’anzianità professionale che non raggiunge i 10 anni:
“I dati -spiega Matteo Daniele Tosi, consulente direzionale – sono impietosi: su dieci avvocati solo uno lavora effettivamente con un reddito netto che supera i duemila euro al mese. Gli altri sono tutti sotto questa soglia e campano, si e no, tirando su mille euro al mese o poco meno. Il sistema è quindi diventato insostenibile e rischia il collasso”.A dicembre si è tenuto l’esame per l’abilitazione professionale, riportando in auge un problema che, in qualche modo, riguarda l’asset del sistema Italia: “I costi della professione -continua Tosi, ideatore del metodo ‘Business For Lawyers’ – sono decisamente alti, a tal punto che, secondo un’indagine condotta dal Censis, il 34,6% degli intervistati intende lasciare l’attività nel prossimo futuro e di questi ben il 63,2% lo farebbe (e lo farà) proprio a causa delle spese eccessive. La maggioranza degli avvocati italiani, ad oggi, condivide lo studio con altri colleghi o altri professionisti, ma dividere le spese di affitto, luce, condominio e servizi vari non è comunque sufficiente. Un legale si trova infatti a sostenere (anche) le spese relative all’iscrizione all’albo, ai contributi della Cassa Forense, oltre ai costi per il commercialista, tasse, assicurazione professionale obbligatoria, strumenti di lavoro e software, posta elettronica certificata, firma digitale e formazione obbligatoria”.Un quadro dunque a tinte fosche che necessita di un vero e proprio cambio di paradigma. Ma cosa occorre fare per dare una svolta al settore? “Un tempo -ricorda Tosi- si pensava che fosse sufficiente associarsi ma questo non basta più. L’unica via di uscita è quella di gestire uno studio legale come se fosse un’azienda. Da avvocato a imprenditore, è questo il passo da compiere. Ma serve, perché ciò accada, una rivoluzione culturale. Gli studi oggi sono disorganizzati e l’avvocato, che spesso accentra tutto nelle sue mani, rappresenta molto spesso quel collo di bottiglia che, di fatto, ne impedisce la crescita. Non è sufficiente insomma essere bravi a gestire una causa in tribunale, occorre, se si vuole fatturare di più, avere una mentalità che sia finalmente imprenditoriale”.
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