TRATTAMENTO DI FINE PROFESSIONE E FISCO, LA SFIDA DELLE CASSE
Trent’anni dopo la riforma Dini, gli enti previdenziali dei professionisti chiedono più flessibilità, minore pressione fiscale e nuovi strumenti di welfare.
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A trent’anni dalla nascita delle Casse previdenziali create con la riforma Dini, il convegno andato in scena a Roma ha assunto un significato che va ben oltre la semplice celebrazione istituzionale. Le sette Casse nate con il decreto legislativo 103 del 1996, Enpab, Enpaia, Enpap, Enpapi, Epap, Eppi e Inpgi, hanno scelto di presentarsi unite davanti alla politica per rivendicare un ruolo ormai centrale nel welfare italiano e chiedere una revisione delle regole che disciplinano la previdenza dei professionisti autonomi.
Al centro della richiesta ci sono due temi: l’introduzione di un trattamento di fine attività professionale e la riduzione della tassazione sui rendimenti finanziari delle Casse dal 26% al 20%. Due misure che, secondo gli enti, non riguardano soltanto gli equilibri interni del sistema previdenziale, ma il futuro stesso del lavoro autonomo qualificato in Italia.
La proposta del trattamento di fine attività punta a colmare una storica differenza rispetto al lavoro dipendente. I professionisti iscritti alle Casse non dispongono infatti di uno strumento assimilabile al Tfr. L’ipotesi avanzata prevede l’aumento del contributo integrativo dal 5% al 6%, così da permettere agli iscritti, al momento del pensionamento, di scegliere se ricevere una parte del montante accumulato in un’unica soluzione oppure trasformarlo interamente in rendita pensionistica.
Dietro questa proposta c’è la consapevolezza di quanto il mondo delle professioni sia cambiato negli ultimi trent’anni. Il lavoro autonomo qualificato è cresciuto, ma insieme sono aumentate anche la precarietà dei redditi e l’incertezza delle carriere, soprattutto per le nuove generazioni. Le Casse sostengono quindi che il sistema previdenziale debba evolversi: non più soltanto pensioni future, ma strumenti capaci di accompagnare i professionisti lungo tutto il percorso lavorativo, con sostegni al reddito, welfare sanitario, formazione e misure di assistenza.
L’altra richiesta riguarda la fiscalità. Gli enti chiedono di ridurre l’aliquota sui rendimenti finanziari per liberare circa 15 milioni di euro l’anno da destinare a nuove prestazioni per gli iscritti. Secondo i presidenti delle Casse, oggi la previdenza professionale viene trattata dal fisco come un normale investitore finanziario, senza tenere conto della funzione sociale svolta da questi enti e del fatto che le risorse accumulate servano a garantire pensioni e assistenza.
I numeri mostrano il peso raggiunto dal sistema. Le sette Casse contano oltre 221 mila iscritti, circa 24 mila pensionati e un patrimonio superiore agli 11 miliardi di euro. Negli anni sono diventate molto più di semplici enti pensionistici. Oggi finanziano prestazioni sanitarie integrative, sostegni alla maternità, contributi per la formazione, aiuti per l’innovazione tecnologica e interventi straordinari nei momenti di crisi.
La pandemia ha accelerato questa trasformazione. Durante l’emergenza Covid le Casse si sono trovate a sostenere migliaia di professionisti con attività bloccate e redditi in calo. Da allora è cresciuta la convinzione che il welfare professionale non possa limitarsi alla pensione futura, ma debba intervenire lungo tutto l’arco della vita lavorativa.
La richiesta lanciata da Roma è quindi anche politica. Gli enti chiedono maggiore autonomia gestionale e fiscale, sostenendo di aver dimostrato solidità e sostenibilità senza gravare sulla finanza pubblica. In gioco c’è il ruolo delle professioni autonome dentro un mercato del lavoro sempre più frammentato e instabile. Le Casse rivendicano di rappresentare non solo strumenti previdenziali, ma veri presìdi di protezione sociale per una parte sempre più ampia del lavoro qualificato italiano.
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