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MEDICI DI FAMIGLIA MEGLIO LIBERI CHE DIPENDENTI.

Tra assistenza territoriale e burocrazia, il nodo resta uno: quale modello serve davvero ai cittadini?

MEDICI DI FAMIGLIA MEGLIO LIBERI CHE DIPENDENTI.

Ha subito suscitato polemiche il progetto di riforma dei medici di famiglia, riaprendo una discussione mai davvero risolta sul futuro della medicina territoriale. In gioco non c’è soltanto lo status giuridico dei professionisti, ma l’assetto complessivo dell’assistenza di base e, soprattutto, la qualità del servizio garantito ai cittadini.

Per decenni il medico di famiglia ha rappresentato molto più di un semplice erogatore di prestazioni: è stato presidio di fiducia, figura di prossimità, riferimento costante nella gestione della salute quotidiana. In un Paese caratterizzato da una diffusa rete di piccoli comuni, aree interne e territori difficili da raggiungere, il medico “condotto”, poi evoluto nel medico di medicina generale, ha svolto una funzione insostituibile di equilibrio del sistema, prevenendo ricoveri impropri e alleggerendo la pressione sui pronto soccorso.

Questo modello, tuttavia, ha iniziato a mostrare crepe già a partire dagli anni Settanta, quando scelte politiche orientate al consenso hanno prodotto forme di convenzionamento incapaci di valorizzare il merito e distinguere tra livelli diversi di qualità professionale. Il risultato, nel tempo, è stato un progressivo appiattimento del sistema, accompagnato oggi da carenze diffuse, difficoltà di reperibilità e crescente insoddisfazione da parte dell’utenza.

Parallelamente, lo sviluppo – spesso squilibrato – della sanità ospedaliera ha spostato il baricentro dell’intero sistema, indebolendo la rete territoriale. Ospedali più forti, medicina di base più fragile: un’inversione di priorità che ha contribuito a rendere più complesso l’accesso alle cure primarie e meno efficace la presa in carico continuativa dei pazienti, soprattutto quelli cronici.

In questo contesto, il dibattito si è a lungo arenato in una contrapposizione ideologica tra due modelli: da un lato il medico libero professionista convenzionato, dall’altro il medico dipendente inserito nelle strutture pubbliche. Una dicotomia che, finora, ha impedito di affrontare il punto cruciale: quali funzioni deve garantire oggi la medicina di famiglia e con quali strumenti organizzativi.

La riforma proposta sembra non sciogliere questo nodo, lasciando aperte ambiguità che rischiano di generare ulteriore incertezza, in particolare tra i giovani medici. Sempre meno attratti da una professione percepita come poco valorizzata e priva di prospettive chiare, molti scelgono percorsi alternativi, aggravando una carenza già evidente.

Eppure i bisogni dei cittadini sono ben definiti. Si chiede innanzitutto libertà di scelta del medico, con la possibilità di cambiarlo facilmente in base alla qualità del rapporto e del servizio. Si richiede una reale continuità assistenziale, capace di coprire almeno l’arco della giornata e di garantire risposte tempestive. Si guarda con crescente attenzione all’assistenza domiciliare, soprattutto per una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche.

Le nuove tecnologie offrono oggi opportunità concrete: monitoraggio a distanza, telemedicina, condivisione rapida di dati clinici. Strumenti che possono rafforzare il ruolo del medico di famiglia come regista del percorso di cura, facilitando l’accesso alla specialistica, alla diagnostica e, quando necessario, al ricovero.

In questo scenario, un modello basato su liberi professionisti associati, organizzati in strutture attrezzate, reperibili e valutati sulla base di criteri di merito, appare in grado di coniugare flessibilità, responsabilità e qualità. Convenzioni più esigenti e selettive potrebbero favorire un salto di qualità reale, premiando competenze e capacità organizzative.

Al contrario, la trasformazione del medico di famiglia in dipendente, inserito rigidamente nelle “case di comunità”, rischia di produrre effetti opposti: maggiore burocratizzazione, minore personalizzazione del rapporto con il paziente, perdita di quella dimensione fiduciaria che ha rappresentato per anni il vero punto di forza della medicina territoriale.

La scelta, dunque, non è soltanto contrattuale. È una decisione strategica sul modello di sanità che si intende costruire: centrato sulle strutture o sulla persona, sulla standardizzazione o sulla relazione, sulla rigidità o sulla capacità di adattarsi ai bisogni reali dei cittadini. Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire il confronto.

 

 

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