Una cena per un partito. Così nasce la Margherita 2.0
Da Sala a Delrio, passando per Manfredi assente giustificato: maschi maturi, ex renziani e cattolici in salotto cercano il centro perduto, temono Schlein, invocano Prodi, scongiurano Renzi e le primarie.
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A Bologna, prima di Natale, mentre il Paese era impegnato a discutere di pandori, treni e influencer, un pezzo di centrosinistra ha deciso di fare quello che gli riesce meglio: cenare. Non una cena qualunque, però. Una di quelle con il sottotesto, il sottosopra e il sopracciglio alzato. Location: casa Romano Prodi, che nel centrosinistra svolge la stessa funzione del Quirinale nei momenti di crisi, ma con più tortellini e meno cerimoniale.
Attorno al tavolo, un campionario umano-politico che definire “variegato” è un atto di generosità: Paolo Ciani, cattolicesimo democratico formato Sant’Egidio; Beppe Sala, sindaco di Milano e candidato permanente a qualcos’altro; Ernesto Maria Ruffini, ex Equitalia, ex Agenzia delle Entrate, ex quasi tutto ma sempre molto presente. E poi lui, inevitabile come l’umidità in Val Padana: Graziano Delrio, già ministro, già renziano, oggi inquieto in libera uscita dal Pd di Elly Schlein.
Manca Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, che si scusa molto. Proprio per questo, naturalmente, tutti parlano di lui. Perché nel centrosinistra l’assenza è una forma avanzata di presenza, specie se l’assenza è prudente, istituzionale, da professore che non vuole sporcarsi la giacca prima del tempo.
Il tema della serata è noto e insieme impronunciabile: come dare un corpo politico a tutto ciò che non si riconosce né nel Pd “troppo a sinistra” di Schlein né nel M5S “troppo variabile” di Conte. L’eterna ricerca del centro, che nel campo progressista è un po’ come l’araba fenice: tutti giurano di averla vista, nessuno riesce a fotografarla.
Il modello evocato, manco a dirlo, è la Margherita. Anno 2001, Rutelli candidato premier, federazione di sigle, petali, cespugli, reduci del post-Tangentopoli e nostalgici del primo Ulivo. Funzionò, dicono. Dimenticando che nel frattempo il mondo è cambiato, l’elettorato pure, e che allora i leader avevano ancora un partito, oggi al massimo un gruppo WhatsApp.
Nel frattempo Sala, che da tempo pratica un pellegrinaggio politico degno di Santiago, ha incrociato cattolici di ogni latitudine. A Matera, in primavera, eccolo sul palco con Andrea Riccardi e Angelo Chiorazzo a discutere di “fronte moderato”. Avvenire titola entusiasta, i retroscenisti annuiscono, poi arriva l’estate e tutto si scioglie come un gelato dimenticato al sole. Classico.
Ora però, giurano i commensali, è il momento di “concretizzare”. Parola chiave del centrosinistra quando non ha idea di cosa fare ma sente che dovrebbe farlo in fretta.
I riflettori, dicevamo, sono su Manfredi. Curriculum perfetto: sindaco, presidente Anci, ex ministro, tecnico con pedigree politico, uomo del Pnrr che sa usare i fondi e raccontarlo senza sembrare (troppo) vanitoso. Un candidato che piace perché non spaventa nessuno. Il che, in questo campo, è già un programma.
La sua intervista al Foglio suona come una prova generale: modello Napoli, no alle primarie vere (meglio “confermative”, che è un modo elegante per dire decise prima), sì al tavolo di coalizione, omaggi a Prodi e Gentiloni, Europa come destino. Un discorso da candidato premier per chi non vuole ancora dirlo ad alta voce.
Ma i problemi restano. Il primo ha nome e cognome: Matteo Renzi. L’uomo che tutti fingono di non voler vedere ma che compare sempre nelle foto di famiglia. Ingombrante, divisivo, ma inspiegabilmente indispensabile. Tutti hanno litigato con lui, tutti devono qualcosa a lui. Ed è per questo che l’idea di una Margherita 2.0 con Renzi in giro suscita panico, terrore e rassegnazione insieme. Un sentimento molto centrosinistra.
Il secondo problema è più imbarazzante: Silvia Salis. Sindaca di Genova, non invitata alla cena. Forse per distrazione, forse per dinamiche di giro, forse perché la modalità “maschi adulti nella stanza” non colpisce solo Elly Schlein. La sua semplice esistenza politica pone una domanda fastidiosa: davvero l’unico candidato competitivo contro Meloni deve essere un uomo, possibilmente over 55, possibilmente già visto?
Domanda che, a quanto pare, non ha ancora trovato spazio tra antipasti e dolci.
Per ora, dunque, benedizione prodiana incassata, appuntamento rimandato a gennaio e promessa di “qualcosa di pubblico” in aprile. Forse una costituente. Parola che nel centrosinistra provoca brividi, ma non abbastanza da evitarla.
Il centro cerca casa. Come sempre. E, come sempre, ha già iniziato dal salotto giusto.
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