Strategia Meloni-Fazzolari-Mantovano: attaccare i giudici senza nominare il referendum
Una girandola di incontri tra la premier, la sorella Arianna, capa della segreteria politica di FdI e i due sottosegretari a Palazzo Chigi ha definito come muoversi nelle prossime settimane per evitare una personalizzazione che leghi l'esito del referendum al governo (e non fare frontali con il Quirinale).
Ora è ufficiale. Giorgia Meloni è definitivamente in campo nella battaglia per il referendum sulla giustizia. Ma, attenzione, la premier ha imbracciato l’artiglieria senza mettere apertamente anima, corpo e faccia a sostegno del fronte del “sì”. Una furbata, un’astuzia – messa a punto a palazzo Chigi durante un vortice di incontri tra Giorgia, il potente sottosegretario Alfredo Mantovano, il braccio destro Giovanbattista Fazzolari, la sorella d’Italia Arianna Meloni – per provare disperatamente a tenere distinta la sorte del governo dal destino del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Per “non finire come Matteo Renzi” che, nel 2016, passò direttamente dalla crociata per il “sì” alla sua riforma costituzionale, allo sfratto dalle stanze dei bottoni.
Dopo giorni di ansie e di timori, con i sondaggi che settimana dopo settimana davano il “no” in forte rimonta, Meloni e i suoi hanno deciso di rompere gli indugi per provare a mobilitare il proprio elettorato. Come? Trasformando la campagna referendaria in un’opera di demolizione e di delegittimazione di giudici, in modo da far diventare il voto del 22 e 23 marzo un plebiscito pro o contro i magistrati e il governo.
Chi voterà “sì”, secondo lo schema di Meloni & Co, non lo farà per confermare la riforma costituzionale con la separazione delle carriere dei giudici. Ma per tagliare le unghie e mettere al loro posto i magistrati colpevoli di “ostacolare” e “vanificare” il lavoro dell’esecutivo su temi sensibili per il popolo di centrodestra: i migranti e la sicurezza. Chi voterà “no”, invece, lo farà per colpire Meloni e difendere le “toghe politicizzate” e la loro “mala giustizia”. Uno schema che porterà a un’escalation dello scontro tra istituzioni dello Stato, in barba all’altolà di Sergio Mattarella ad abbassare i toni e al rispetto reciproco, scandito ieri in modo plateale al Csm. Del resto, ormai, il Quirinale viene inserito dal cerchio magico meloniano nella lista dei “nemici”.
Che questa sia la strategia l’ha dimostrato Meloni con due attacchi ad alzo zero contro i giudici, in meno di ventiquattro ore. Senza mai nominare la parola “referendum” o senza mai lanciare un appello a favore del “sì”. Ma scagliandosi sempre e comunque contro “una parte politicizzata della magistratura” che “premia chi non rispetta la legge”. Lunedì Giorgia l’ha fatto in seguito “alla surreale decisione” del tribunale di Roma di risarcire “con soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne” trasferito in Albania. Ieri, dopo la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato il governo a pagare i danni (76mila euro) alla nave della ong tedesca, Sea Watch comandata da Carola Rackete, sequestrata illegalmente da Matteo Salvini nel 2019.
“Ma andremo avanti, contrasteremo l’immigrazione illegale nonostante la magistratura politicizzata voglia impedircelo”, promette Meloni per galvanizzare i suoi. E per continuare ad additare i giudici come i “responsabili” del fallimento dei due centri per migranti costruiti in Albania (costati ai contribuenti italiani oltre 700 milioni di euro). E come i “colpevoli” delle scorribande degli antagonisti nelle città italiane. “Avevo chiesto che venisse applicato il reato di tentato omicidio dopo le martellate al poliziotto a Torino, invece i teppisti sono stati liberati dopo poche ore. Uno scandalo. Noi lavoriamo per la sicurezza e i giudici doppiopesisti ci sabotano…”, ha attaccato Meloni nei giorni scorsi. La domanda sottointesa, lasciata galleggiare nell’opinione pubblica: ‘Quale altra nefandezza dovranno compiere i magistrati prima che gli italiani si decidano a fermarli e a metterli in riga votando sì?!’.
Funzionerà? Lo diranno le urne il 23 marzo. Ciò che è certo è che Meloni rinuncia a spiegare le ragioni del “sì” nel merito. Abdica a difendere la riforma voluta dal suo governo e approvata a marce forzate dalla sua maggioranza in Parlamento. Troppo tecnico il tema. Troppo rischioso legarsi mani e piedi alla consultazione. E poi, dopo settimane di tormenti, la scelta di attaccare a testa bassa la magistratura senza mai pronunciare la parola “referendum”, è considerata a palazzo Chigi come “la migliore soluzione”. Come una furbata, appunto.
Meloni, interrogandosi sul da fare con Mantovano, Fazzolari e Arianna, per giorni ha sfogliato la margherita: “Metto la faccia sul referendum o è meglio se non ce la metto? Se ce la metto riuscirò a mobilitare meglio il nostro elettorato e a spingerlo ad andare alle urne. Ma se lo faccio, finisco per politicizzare lo scontro e per spingere molti potenziare astensionisti a votare no”. Insomma, un vicolo cieco. “La premier”, ha detto a questo giornale Giovanni Orsina, direttore del dipartimento di Scienze politiche della Luiss, “è in una posizione complessa. Più fa campagna elettorale, più si intesta la riforma, più rischia di essere indebolita da un’eventuale vittoria del no. Però meno fa campagna, più indebolisce il sì”.
Tutto questo, con i sondaggisti che, mese dopo mese, sono arrivati alla conclusione che solo un’alta partecipazione (superiore al 40-45%) permetterà al “sì” di prevalere sul “no”. Da qui la decisione di alzare lo scontro con i magistrati su migranti e sicurezza per mobilitare gli elettori di centrodestra e spingerli come un esercito in armi verso le urne.
Nel frattempo, l’ha ripetuto ieri anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, a palazzo Chigi e in via della Scrofa si continua a dire che “il referendum non avrà riflessi sul governo”, che “se vincesse il no non accadrebbe nulla, Giorgia non ci ha messo la firma”, “quello del 22 e 23 marzo non sarà un voto politico”. Tesi difficili da sostenere, come ha ammesso nelle ultime ore anche il Guardasigilli Carlo Nordio: “La bocciatura della riforma avrebbe un effetto devastante”. Perché la separazione delle carriere, dopo lo stop al premierato e all’autonomia, è l’unica grande riforma varata da Meloni & co in oltre tre anni di governo. E perché dall’inizio del suo mandato (rinnegando una tradizione giustizialista) la leader dei Fratelli non ha fatto altro che caricare a testa bassa i magistrati, accusandoli di ogni nefandezza. Perciò, l’eventuale vittoria del “no” verrebbe annotata come un successo dei giudici e una batosta per il centrodestra.
Ciò significa che è il caso di mettere in conto una crisi? Improbabile, in assenza di una alternativa di governo. Ma sarebbe la prima vera sconfitta di Meloni. E la premier e l’esecutivo ne uscirebbero ammaccati. E di brutto. Poi, per imboccare la strada del declino basterebbe un niente, come insegnano gli ultimi anni infettati dal populismo. Perché è vero che il consenso di Meloni è ancora altissimo, ma c’è il precedente proprio di Renzi che passò dal 40% delle europee del 2013 alla sconfitta referendaria; quello dei 5Stelle che in cinque anni transitarono dal 32% al 15%. E c’è il harakiri di Salvini che dal 34% delle europee del 2019, si è ritrovato a vivacchiare intorno all’8%. Insomma, per perdere tutto basta un niente. Giorgia lo sa. Per questo ha appena firmato un contratto da 146 mila euro per avere sondaggi aggiornati giorno per giorno e non esclude una comparsata pop il 24 febbraio a San Remo. Una bella inquadratura e qualche sorriso nazional popolare dalla galleria del teatro. Lo fece Mattarella, lo può fare Giorgia. Tanto più che a trenta giorni dal voto l’ansia comincia a mordere. Feroce.
di Alberto Gentili su Huffpost
Altre Notizie della sezione
Retroscena elettorale
18 Febbraio 2026Legge elettorale, nella maggioranza intesa di massima: premio e soglia, resta il nodo preferenze Fonti del centrodestra parlano di proporzionale con premio dal 40%, sbarramento al 3% e niente nome del premier in scheda. FdI spinge sulle preferenze.
Le bordate di Nordio? Sul Csm molte toghe hanno detto di peggio
17 Febbraio 2026In un clima di “guerriglia”, il Sì e il No finiscono per alimentarsi a vicenda, regalando argomenti all’avversario e disorientando l’elettore...
Il Comitato per il Sì dice no a Nordio
16 Febbraio 2026Il ministro dà dei "paramafiosi" ai giudici del Csm.
