Anno: XXVIII - Numero 66    
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Nordio, la Resa di Via Arenula

Il J’accuse di Bobbio sulle macerie del Referendum.

Nordio, la Resa di Via Arenula

Bobbio demolisce Nordio: dopo il KO del referendum, il Ministro si piega all’ANM. Un atto d’accusa spietato contro il consociativismo e la resa della politica

Mentre il Paese ha bocciato la Riforma e il fronte del NO ancora festeggia, il Guardasigilli porge l’altra guancia all’Anm. Luigi Bobbio, magistrato e ex senatore, scoperchia il vaso di Pandora: “Un ministro dimezzato, debole e in soggezione della corporazione”.

Il verdetto delle urne è una lapide fresca, ma a via Arenula sembra che nessuno abbia voglia di leggere l’epigrafe. La sciagura del referendum sulla Giustizia si è appena consumata, trascinando nel baratro il progetto di Carlo Nordio sotto il peso di un NO che non ammette repliche. Eppure, proprio mentre il fumo della sconfitta appesta l’aria, il Ministro sceglie la via della “grazia”: salutare il nuovo vertice dell’Associazione Nazionale Magistrati con l’auspicio di un “fruttuoso rapporto”.

Un ramoscello d’ulivo che ha il sapore amaro della capitolazione

È in questo vuoto di potere che esplode, come un proiettile a punta cava, il dissenso di Luigi Bobbio. Il magistrato ed ex senatore non usa il fioretto, usa la clava. Per Bobbio non c’è spazio per le cortesie istituzionali quando il primato della politica è calpestato: quella di Nordio è una “resa senza condizioni”, un ritorno al “più bieco, incostituzionale e inaccettabile consociativismo” con il sindacato delle toghe, su imposizione di queste ultime.

La tesi di Bobbio è una frustata sulla schiena di un Esecutivo che sembra aver smarrito la bussola. Se il popolo sovrano ha bocciato la Riforma, la risposta non può essere la ricerca di una “concertazione” con chi quel progetto lo ha sabotato dal primo giorno.

“La magistratura deve solo accettare e subire le leggi e può solo applicarle senza stravolgerle”,

Secondo l’ex senatore, sedersi al tavolo con l’ANM per trattare i contenuti normativi è un “duplice crimine politico”. Primo, perché “svilisce se stesso”; secondo, perché trasforma una categoria professionale priva di mandato popolare in un soggetto politico abusivo. Legiferare è un atto sovrano, non una trattativa sindacale tra colleghi di vecchia data. Accettare la concertazione significa condividere il potere politico con chi, violando la Costituzione, si è fatto soggetto politico senza averne alcun titolo.

Ma l’affondo più feroce Bobbio lo riserva all’uomo, prima che al Ministro. Descrive un Nordio “dimezzato, debole e insicuro”, prigioniero di una “soggezione umana e culturale” verso la toga che non sembra aver mai svestito davvero. L’accusa è infamante per un uomo di Stato: quella di non essere mai uscito dal “cono d’ombra della corporazione”, agendo perennemente con il timore reverenziale di chi cerca l’approvazione dei propri ex colleghi invece di imporre la volontà del Parlamento.

Mentre il fronte del NO brinda, Nordio si ostina a cercare una sponda in chi lo ha appena affossato. Per Bobbio, questa postura è la prova del fallimento: si legittima come interlocutore chi, per Costituzione, dovrebbe essere solo un esecutore.

In questa visione, non esiste mediazione possibile. O la politica riafferma il proprio primato, o abdica definitivamente in favore di una casta che si è fatta “soggetto politico” violando le regole del gioco democratico. La dignità di via Arenula non si baratta con un “fruttuoso rapporto” che somiglia maledettamente a una sottomissione. Bobbio lo ha messo nero su bianco, con la spietata lucidità di chi non accetta compromessi al ribasso: un Ministro che chiede il permesso per governare ha già smesso di essere un Ministro. E oggi, sulle macerie del referendum, resta solo l’odore di una resa che l’Italia non meritava.

di Anna Tortora. L’Identità

 

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