Anno: XXV - Numero 107    
Martedì 18 Giugno 2024 ore 13:00
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L'avvocato senza popolo. Conte in bilico tra pacifismo stretto e campo largo

Lontanissimo dal 15,6 per cento delle scorse Politiche e, soprattutto, dal 17,1 per cento delle precedenti Europee.

L'avvocato senza popolo. Conte in bilico tra pacifismo stretto e campo largo

«Prendiamo atto del risultato, sicuramente molto deludente. Potevamo fare meglio. La valutazione dei cittadini è insindacabile, avvieremo una riflessione interna». L’ex premier e leader del M5s Giuseppe Conte commenta in tarda notte il risultato delle Europee nella sede del Movimento. I dati, i più bassi dal 2013, costringono i grillini a guardarsi intorno: non hanno più i numeri per dare le carte alle forze di opposizione.

Lontanissimo dal 15,6 per cento delle scorse Politiche e, soprattutto, dal 17,1 per cento delle precedenti Europee: dopo l’una la quarta proiezione Rai-Opinio dà i Cinquestelle al 10,5 per cento. Sembra passata un’era geologica – ma era solo un anno fa – quando Giuseppe Conte vagheggiava di sferrare in questa tornata elettorale l’attacco definitivo al Pd per la leadership del centrosinistra.

Non è arrivato quel “Boato dal Sud”, invocato da Conte a Palermo.

Alla fine si è realizzata la profezia del capogruppo al Senato, Stefano Patuanelli, che – forse perché alle Europee il movimento non ha mai brillato, forse respirando il clima di queste ultime settimane – aveva ipotizzato una discesa al 10 per cento. Gli analisti sono concordi nel dire che la seconda forza dell’opposizione non ha creduto a sufficienza in questa tornata elettorale e si è impegnata poco durante tutta la campagna. Anche la scelta di Conte di non candidarsi, la leggerezza delle liste o il disimpegno di Beppe Grillo hanno finito per creare incertezze nella base.

Il vento di destra che è soffiato in tutti Paesi europei – Italia compresa – poi non ha aiutato il movimento. Al centro della sua piattaforma Conte ha messo «il reddito di cittadinanza europeo e il salario minimo legale da imporre a Bruxelles». E non è servito – come in passato – sottolineare temi più populisti. Il leader, non a caso, ha provato a lanciare «un europeismo convinto e critico», perché «anche in Europa devi essere patriota». Allo stesso modo il M5S non ha beneficiato di un altro cavallo battaglia a cuore ai sovranisti di destra: la fine della guerra in Ucraina. «Io – ha detto l’ex premier – ho un figlio di 17 anni. Farò di tutto per cambiare questa strategia che ritengo fallimentare. Non possiamo mettere in testa ai nostri giovani un elmetto e una tuta mimetica».

Il M5S dovrebbe ottenere 9 seggi all’Europarlamento, ma non è chiaro in quale gruppo si schiererà. Militanti ed esponenti di primo piano, però, sembrano più interessati a che cosa accadrà dopo questa batosta. Conte – soprattutto spingendo sul Sud – è sembrato interessato a limitare i danni per poi mettersi a lavorare per l’unità con il Pd in ottica delle Politiche 2027. Anche se, a questo punto, da una posizione di eccessiva debolezza. «Non parlerei di leadership – spiega Castellone – ma dobbiamo continuare a lavorare insieme sui temi che ci accomunano».

Qualcuno, poi, si è chiesto che cosa farà Grillo, che ormai si divide tra il suo blog e gli spettacoli in teatro. Visto il suo carisma, non è da escludere un ritorno di fronte al rischio di un implosione del movimento per favorire una nuova leadership pentastellata. E i nomi, in questa direzione, sono sempre gli stessi “l’istituzionale” Roberto Fico, un traghettatore come Patuelli oppure i pasdaran Virginia Raggi o Alessandro Di Battista, da sempre lontani dal contismo.

Toninelli sbotta, riparte la suggestione Di Battista/Raggi, quella nuova ma impalpabile di Appendino. Ma nessuno ha la forza di presentare il conto al leader, e si riparte dal solito dibattito sul limite dei due mandati

Un flop tira l’altro. Solo che a differenza delle ciliegie ha un sapore amarissimo sul palato. Era ben lungi dall’essere assorbito quello delle elezioni Europee che è arrivato un altro schiaffone da Bari (per tacer di Campobasso e Caltanissetta, due sindaci uscenti e sconfitti al primo turno). Tutto il casino fatto sul “sistema”, sulle mani libere dalle pastette del Pd, e poi ci si ritrova con la valanga di preferenze per Antonio Decaro e un candidato sindaco che era considerato fortissimo e che invece rimarrà fuori dal ballottaggio. Il copione del day-after segue un canovaccio vecchio come il Movimento 5 stelle. Bocche cucite, la leadership che non parla per tutto il giorno, profilo basso e non alimentare le polemiche, fino a che la buriana non sia passata.

C’è un frame che racconta dell’enorme difficoltà di Giuseppe Conte e del suo inner circle. Al salotto buono della rete ammiraglia della Rai viene spedita Mariolina Castellone, già capogruppo al Senato, oggi vicepresidente di Palazzo Madama. La senatrice si siede al tavolo di Porta a Porta, da mesi è tra i volti scelti dalla comunicazione pentastellata per i talk poltici, segue i briefing, è preparata, funziona. Castellone parte cauta, alle prime proiezioni il vertice alto della forchetta consente di sperare in una tenuta del partito, dichiarazioni di prammatica, qualche sbadiglio. Poi però il dato si consolida, e lo fa verso il basso. Ci sarebbe da commentare una sconfitta, ma giammai prestare il fianco ai colleghi di maggioranza e opposizione che siedono accanto a lei, e poi il primo messaggio a caldo rischia di sembrare un harakiri.

Che fare? Castellone, con una certa verve che le va riconosciuta, attacca. Voi guardate la pagliuzza del nostro risultato – è il senso del ragionamento – ma non la trave: il Sud non vota, il Sud si astiene, il Sud ha bocciato il governo, di questo voialtri dovreste preoccuparvi. Al che Tommaso Foti, non proprio un fulmine di guerra televisivamente parlando, la guarda sornione da sotto gli occhiali e la fulmina con una battuta: “Ma allora perché non hanno votato voi?”.

Finisce in caciara, come di sovente accade nella fumisteria dei dibattiti da piccolo schermo, ma è la domanda che rimbomba nei corridoi di via campo Marzio. Il via vai è alla spicciolata, quel che Conte doveva dire lo ha detto ieri sera: “Prendiamo atto del risultato, sicuramente molto deludente”, potevamo fare meglio. La valutazione dei cittadini è insindacabile e avvieremo una riflessione interna”. È l’ammissione di una sconfitta, più dritta di altre volte, per carità, ma poi?

“Poi niente – dice un parlamentare – poi cosa? Chi può contestargli la leadership? Ha perso, ma nessuno ha la forza di presentargli il conto da pagare”. Eppure i mugugni sono tanti, la linea radicale degli ultimi mesi non ha pagato, le continue stoccate al Pd e alla sinistra possono aver alienato una fetta di elettorato che di per sé poteva essere invece ben disposta nei confronti dei 5 stelle. Né sembra aver pagato l’ossessivo richiamo alla pace e alle esigenze di tutelare le preoccupazioni della Russia sulle armi occidentali, sulla salvaguardia dei territori russofoni d’Ucraina, anche visto il 2 e passa per cento raggranellato da Michele Santoro e dai suoi.

E ora che si fa? Il timore in casa Pd è che il magro raccolto porti l’avvocato che fu del popolo a radicalizzare ancor più la linea. E dunque a bombardare ancor più i fragili ponti gettati in questi mesi di oziosi dibattiti sul campo largo.

“La linea non cambia, è giusta, sono i nostri valori”, spiega chi è vicino al presidente M5s. Per aggiungere subito dopo: “Ma la prospettiva rimane sempre la stessa: costruire un’alternativa credibile alle destre, a partire dai temi”. Al di là del noiosissimo balletto su Terzo Polo sì, Terzo Polo no, primazie e federatori, la prospettiva sembra rimanere al momento la stessa di sempre. Fino ad oggi si è rivelata inconcludente, ma c’erano di mezzo le Europee, il proporzionale, ognun per sé ecc.ecc.

Ma i suoi non si fidano, e la rumba è già partita. A dar voce a quel che in molti pensano ma che nessuno ha il coraggio di dire è l’irriducibile Danilo Toninelli: “Conte è un tecnico, una brava persona, ma non emoziona”. Individua quel che in tanti iniziano a pensare nel partito: gli exploit dei bei tempi di Beppe Grillo non torneranno più, e non potranno mai tornare finché la patina del lessico avvocatesco di Conte rimarrà la cifra del nuovo corso del Movimento.

C’è la solita, piuttosto velleitaria, corrente di pensiero che vorrebbe il ritorno di Alessandro Di Battista e di Virginia Raggi. E ce n’è un’altra, un filo più concreta, che vede proprio lì, nei paraggi del leader, una soluzione accettabile per rivitalizzare le sorti dei 5 stelle: Chiara Appendino. Fedele alla linea e insieme volto relativamente nuovo, chi meglio di lei nel deserto che Conte ha chiamato pace all’interno del Movimento, “depurato” da tutti i big che avrebbero potuto fargli ombra? Solo una suggestione, al momento, che non trova alcuna conferma. Ma che contiene in nuce una riflessione più profonda: cosa sarebbe successo se le liste non fossero state così impalpabili come quelle costruite per l’Europarlamento? Cosa sarebbe successo se oltre al solo Pasquale Tridico – che al Sud ha avuto un robuto effetto traino in forza di 118mila preferenze, un numero che da quelle parti è quasi un’utopia, ci fosse stato qualche nome di peso? Nomi del calibro di Roberto Fico, Virginia Raggi, Paola Taverna, tutti teoricamente a disposizione, tutti zavorrati dalla solita vecchia questione: il limite dei due mandati. La riflessione interna di Conte e dei suoi potrebbe partire proprio da lì. E ci sono buone possibilità che si concluda come si è sempre conclusa: in un nulla di fatto. “Sono ragazzi meravigliosi”. Copyright Beppe Grillo.

 

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