Il rimpastino. Sei caselle che ballano nel sottogoverno di Meloni
Gli alleati iniziano a battere cassa, tra sottosegretariati e commissioni. Le complicate ambizioni di Freni dal Tesoro alla Consob, le partite interne alla Lega, l'ombra del meloniano Gemmato su Schillaci alla Salute, i crediti vantati da Noi Moderati su Forza Italia.
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Non c’è niente che Giorgia Meloni odi più del termine “rimpasto”. L’ha evitato sotto le Europee, l’ha allontanato anche quando sembrava inevitabile con Daniela Santanché, ha sostituito Gennaro Sangiuliano e Raffaele Fitto con accelerazioni fulminee. Ma quella parolina aleggia a Palazzo Chigi, anche se nella sua forma minore: ballano sei caselle nel sottogoverno e non è detto che in uno dei prossimi Consigli dei ministri risolva la questione. Pallottoliere alla mano.
La voce più diffusa, scritta, smentita e riproposta, è quella di Marcello Gemmato. Il sottosegretario alla Salute, vicinissimo a Meloni tanto da passare le vacanze con la premier nella sua Puglia, da mesi Gemmato è pronto a indossare i galloni da viceministro. Un commissariamento per Orazio Schillaci, titolare del dicastero e mal sopportato da certi ambienti meloniani. La promozione di Gemmato, dal valore politico, assicurerebbe la presa di FdI sul ministero, dove non sono mancate le pressioni del mondo no-vax, solitamente blandito dai Fratelli. E in più verrebbe ricompensato anche Maurizio Lupi di Noi Moderati: come sottosegretario alla Salute è in pole Andrea Costa, che ha già ricoperto quel ruolo sotto Roberto Speranza, ma che per ora ammette di “non saperne nulla”.
L’altro nodo da sciogliere è quello di Massimiliano Bitonci, sottosegretario leghista al Made in Italy fino al novembre scorso. Mollata la scrivania, Bitonci è tornato nel suo Veneto come assessore al commercio. Uno scudo esperto per Alberto Stefani, che però va rimpiazzato a Roma. I leghisti non vogliono mollare la presa sul dicastero di Adolfo Urso. Matteo Salvini mescola le carte e potrebbe piazzare Roberto Marti, pugliese di nascita e salviniano di elezione.
E sempre in casa Lega si apre l’altra partita, quella delicatissima al Ministero dell’Economia. Dal Tesoro dovrebbe fare le valigie Federico Freni, sottosegretario in direzione presidenza della Consob, dove Paolo Savona è a fine corsa. Se non fosse stato per le barricate di Forza Italia, tutto sarebbe stato risolto una settimana fa. Antonio Tajani dà ancora per lontano l’accordo: il vicepremier preferirebbe un nome “non politico”, ma fonti parlamentari parlano di “incomprensioni” e promettono che la nomina andrà in porto nonostante i dubbi degli azzurri. Anche in questo caso, però, si aprirebbe un giro di nomine esterne (Anac e Antitrust) e soprattutto interne al governo. Al posto di Freni il ministro Giancarlo Giorgetti vorrebbe il fidato Massimo Garavaglia, già vice all’Economia durante il Conte I.
La nomina di Garavaglia scoprirebbe, però, la presidenza della commissione Finanze al Senato. Guai in vista, ecco gli altri nomi: ci sarebbe Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività produttive della Camera, e Giulio Centemero, ex tesoriere Lega con la passione per i Bitcoin. Altre fonti accennano invece a Silvana Comaroli, deputata in commissione Bilancio.
Più vaporosi i nodi all’Università e alla Farnesina. Al dicastero di Università e Ricerca la casella liberata da Augusta Montaruli, meloniana di ferro condannata in via definitiva per peculato, è rimasta senza rimpiazzo a lungo. Non un grande problema, ragionano in FdI, dove non c’è mai fretta per un rimpasto. Ad agitarsi è il gruppo di Noi Moderati, che non gradisce lo sgarbo subito dagli alleati di Forza Italia. Giorgio Silli, sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo, ha lasciato il partito di Lupi per abbracciare quello del suo ministro, Tajani, senza dimettersi. E ora è stato nominato segretario generale dell’Iila, organizzazione internazionale italo-latino americana. Un incarico – ottenuto a giugno ma assunto da gennaio 2026 – che sarebbe “incompatibile” con l’incarico istituzionale, spiegava il coordinatore dei Moderati Saverio Romano, che rivorrebbe per il suo partito il sottosegretariato agli Esteri. Sono passati mesi e ancora niente. Ma il rimpastino di governo spinge e gli alleati iniziano a battere cassa. Meloni è avvertita.
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