Anno: XXVIII - Numero 102    
Martedì 26 Maggio 2026 ore 13:00
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Ucpi, la resa dei conti è solo rimandata

L’assemblea straordinaria conferma la giunta, ma lascia aperti nodi politici, comunicativi e interni.

Ucpi, la resa dei conti è solo rimandata

«La stiamo registrando, ’sta riunione?», gridava Marco Pannella. Per lui era importante lasciare una traccia di cosa avveniva nel partito, anche se l’incontro era “interno”. Quelli ufficiali ovviamente andavano su Radio Radicale. Abbiamo “rubato” questo ricordo di Rita Bernardini perché sabato in molti sono rimasti sorpresi quando hanno saputo che l’assemblea straordinaria dell’Ucpi, celebrata a Roma dopo la sconfitta referendaria non è stata registrata. Quasi non si volesse lasciare il segno di un dibattito che sarebbe potuto essere un redde rationem, dopo la batosta referendaria. Eppure così non è stato: alla giunta di Francesco Petrelli è stata confermata la fiducia da parte della quasi totalità dei presenti; a dire il vero, come segnalato da Valentina Tuccari, non così tanti rispetto a quelli che l’avevano voluta l’assemblea, rifiutando invece il congresso straordinario.

Sulle cause della sconfitta abbiamo assistito ad una rimozione collettiva: in molti dal palco romano del Teatro Eliseo hanno sostenuto che ora non serve interrogarsi sugli errori commessi. «Si poteva fare meglio», è stato il ritornello, ma nulla di più. Solo poche eccezioni. Maurizio Basile ha sottolineato come «gli errori politici si siano intrecciati con quelli comunicativi. Abbiamo pensato di essere efficaci citando Calamandrei e Dino Grandi ma la gente si è annoiata. Per il futuro, per imporre la nostra egemonia culturale sui nostri temi abbiamo bisogno di professionisti della comunicazione». Concetto condiviso da Marco Negrini, per cui «è mancato un progetto comunicativo». Ma la reprimenda più severa è arrivata dall’ex presidente Gaetano Pecorella: «Eravamo dalla parte della ragione e allora perché abbiamo perso? Perché noi non abbiamo un ruolo sociale, è mancato il livello culturale che dovrebbe avere un protagonista della società. L’avvocatura è arretrata rispetto alla cultura moderna».

Il fantasma che ha aleggiato di più è stato quello dell’Anm che da soggetto politico si è trasformata in partito politico – è stata l’analisi di molti – portando alla vittoria del No. Ciò, secondo i penalisti, è stato determinato anche da una maggioranza politica che non ci ha creduto abbastanza, in primis la Lega, e dal mancato coordinamento dei vari Comitati del Sì. Ma adesso, si sono chiesti in tanti, da dove deve ripartire l’Unione essendo venuta meno la battaglia identitaria e albergando in tanti un certo scoramento, un abbandonarsi alla rassegnazione e il timore di essere ormai marginali nell’agone politico, come rilevato da Daniele Fabi? Il professore avvocato Oliviero Mazza ha lanciato la proposta: «Ci hanno ripetuto fino alla nausea che la separazione delle carriere si sarebbe potuta fare con una legge ordinaria. Allora prendiamoli in parola! Facciamolo subito!». Favorevole Rinaldo Romanelli. Altri, come Eriberto Rosso, dal progetto lanciato lo scorso anno dall’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia per un nuovo codice accusatorio.

Mentre Nicola Mazzacuva dal fronteggiare la legislazione panpenalistica securitaria. Alberto De Sanctis ha invocato invece «l’intransigenza» come metodo di battaglia, per esempio «rifiutandoci di sedere ai tavoli delle trattative o di partecipare alle inaugurazioni degli anni giudiziari». I torinesi Roberto Capra e Emilia Rossi invece hanno aperto il dibattito sulle modalità di gestione interna dell’Unione. Il primo auspicando che nella prossima Giunta possano entrare anche persone all’opposizione del futuro presidente. Tra parentesi: Cesare Placanica smentisce di essere candidato. La seconda «recuperando il ruolo politico del Consiglio delle Camere penali, per rianimare il dibattito interno, il pluralismo delle idee, fuori dei vincoli di fedeltà elettorale».

Il messaggio è chiaro e viene rafforzato anche da altri interventi: l’opposizione non deve essere soffocata all’interno dell’Ucpi, i dissidenti non dovrebbero essere marginalizzati, come denunciato da Mimmo Passione rispetto a quanto avvenuto sul territorio, né i posti in Giunta e negli Osservatori assegnati in base a logiche di amicizia e non di meritocrazia. Ed è proprio sulle logiche amico/nemico che si è concentrato l’intervento del past president Gian Domenico Caiazza: «Per diventare più forti la classe dirigente deve assumersi la responsabilità di individuare e raccogliere nel suo corpo i talenti politici che possono rilanciare l’associazione in un momento di debolezza e di smarrimento. Abbiamo un problema di talenti. Si è chiusa una generazione, ora vanno cercati nuovi leader, abbandonando le tossine degli amici/nemici».

Il riferimento di Caiazza per alcuni è alla passata gestione di Beniamino Migliucci, tra l’altro assente a Roma. Altri invece ci hanno confessato che tale metodo è appartenuto a tutti i past president. I talenti a cui starebbe pensando? Forse le firme di “Pqm”, ora della “Eccezione” per la Fondazione Einaudi, sussurra qualcuno. Pure Valerio Spigarelli ha ammesso: «C’è un problema all’interno dell’Unione. Io quindici anni fa sono diventato un’ombra. Dal 1992 al 2000 eravamo un soggetto politico riconosciuto dalla classe politica, ma c’era uno scambio interno all’Unione, senza paura delle opinioni dissenzienti. Questo circolo virtuoso si sarebbe rimesso in moto con il Congresso» che non si è voluto.

Per Renato Borzone, «l’assemblea è stato un passaggio inutile, un contentino verso coloro che chiedevano un congresso. Noi che invochiamo principi liberali come primo passaggio post referendario facciamo un errore di metodo. Un congresso avrebbe imposto la presentazione di mozioni», ha aggiunto. Quelle che spesso servono a fare sintesi e invece la giornata si è conclusa senza un documento finale, senza una direzione politica da dare all’Unione.

Di Valentina Stella su Il Dubbio

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