Anno: XXVIII - Numero 64    
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Smantellano la giustizia, tradito il cittadino

L’Anm cancella i tribunali: resta solo un deserto giudiziario.

Smantellano la giustizia, tradito il cittadino

Altro che difesa del cittadino. La linea che emerge oggi dall’Associazione Nazionale Magistrati ha il sapore di una resa dello Stato nei territori più fragili del Paese. Dopo aver sostenuto, durante la stagione referendaria, la necessità di preservare equilibrio e garanzie del sistema, la magistratura associata propone ora una “ricetta” che rischia di produrre l’effetto opposto: meno giustizia, più distanza, meno Stato.

Il cuore della proposta è semplice quanto brutale: chiudere tutti i tribunali con meno di 30 magistrati. Un criterio apparentemente tecnico, che in realtà si traduce in una mannaia sui territori. In Calabria, questo significherebbe lasciare in piedi soltanto tre tribunali:

  • Catanzaro
  • Cosenza
  • Reggio Calabria

Tutto il resto verrebbe cancellato.

Non è una riorganizzazione. È una desertificazione istituzionale.

Tribunali come Crotone, Vibo Valentia, Locri, Castrovillari, Paola, Palmi e Lamezia Terme non raggiungono quella soglia. Non perché siano inefficienti o inutili, ma perché lo Stato non ha mai completato gli organici. Eppure, invece di colmare le carenze, si sceglie di chiudere.

È qui che la proposta mostra tutta la sua contraddizione.

Come evidenziato dall’avvocato Antonello Talerico, componente del Consiglio Nazionale Forense, la carenza di magistrati non è una colpa dei territori. È una responsabilità centrale. Chiudere i tribunali periferici non elimina il problema: lo sposta. I procedimenti non scompaiono, si riversano nelle sedi maggiori, già sovraccariche.

Il risultato? Tempi più lunghi, uffici congestionati, giustizia ancora più lenta.

E soprattutto: giustizia più lontana.

Perché dietro le formule tecniche ci sono le persone. C’è chi dovrà percorrere decine, a volte centinaia di chilometri per un’udienza. C’è chi non ha un’auto, chi non può permettersi di perdere una giornata di lavoro, chi rinuncerà semplicemente a far valere i propri diritti. La giustizia, da diritto fondamentale, rischia di trasformarsi in un lusso logistico.

Nei territori del Sud, questo effetto è amplificato. Qui un tribunale non è solo un ufficio: è un presidio di legalità. È la presenza visibile dello Stato in contesti dove la pressione della criminalità organizzata è più forte. Chiuderlo significa arretrare. Significa lasciare spazio.

E chiamarla “razionalizzazione” non cambia la sostanza.

Ma c’è un secondo fronte, ancora più delicato, su cui la proposta dell’ANM solleva interrogativi pesanti: l’interscambiabilità tra giudice e pubblico ministero. Rendere più facile il passaggio tra chi accusa e chi giudica significa intaccare uno dei pilastri del giusto processo.

Non è una questione di persone, ma di sistema. Il giudice deve essere terzo, distante, imparziale. È lo stesso principio che la magistratura associata ha difeso durante il referendum. Sostenere oggi il contrario significa incrinare quella coerenza e, soprattutto, quella garanzia.

I numeri reali del sistema giudiziario raccontano un’altra verità rispetto a quella evocata dalle proposte di chiusura. L’Italia ha circa 12 magistrati ogni 100.000 abitanti, contro una media europea che sfiora i 18. Ogni pubblico ministero gestisce oltre mille fascicoli l’anno, a fronte di una media europea di gran lunga inferiore.

Il problema, dunque, non è l’esistenza di troppi tribunali. È l’assenza di risorse.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché si sceglie di tagliare invece di investire?

Assumere magistrati, rafforzare il personale amministrativo, digitalizzare davvero gli uffici, migliorare l’organizzazione: queste sono le riforme strutturali di cui la giustizia italiana ha bisogno. Chiudere tribunali è la scorciatoia più semplice, ma anche la più miope.

Perché un tribunale chiuso non diventa più efficiente. Smette semplicemente di esistere.

E insieme a lui scompare un pezzo di diritto, un pezzo di accesso, un pezzo di Stato.

Alla fine, il rischio più grande è proprio questo: che dietro la parola “efficienza” si nasconda un arretramento silenzioso. Non della macchina giudiziaria, ma della democrazia.

 

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