No alla pena di morte e alla sua messa in scena
La giustizia non è uno spettacolo.
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La notizia proveniente dagli Stati Uniti, secondo cui l’esecuzione del responsabile della strage di Fort Hood del 2009 dovrebbe avvenire per fucilazione ed essere resa pubblica, persino attraverso una diretta, impone una riflessione che va oltre il singolo caso.
Il pensiero va anzitutto alle vittime di quella strage e ai loro familiari, ai quali va il rispetto dovuto di fronte a una tragedia di tale gravità. Ma è proprio davanti ai delitti più gravi che uno Stato di diritto dimostra quanto siano solidi i propri principi.
AIGA ribadisce la propria ferma contrarietà alla pena di morte, incompatibile con una concezione della giustizia fondata sul rispetto della vita e della dignità umana. Ma, in questa vicenda, vi è un ulteriore profilo, non meno grave, che desta particolare preoccupazione: la trasformazione dell’esecuzione in un evento da mostrare e, potenzialmente, da seguire in diretta.
La giustizia non può diventare spettacolo, né la pena uno strumento di esibizione del potere. Rendere pubblica un’esecuzione significa rischiare di trasformare la morte in intrattenimento, alimentare la logica della vendetta e ridurre la funzione della pena a una dimostrazione di forza.
È una lezione, questa, che appartiene profondamente alla nostra tradizione giuridica. Già nel 1764, con Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria denunciava la crudeltà e l’inutilità della pena capitale e dei supplizi pubblici, contestando l’idea che l’esibizione della sofferenza potesse rappresentare una risposta legittima al crimine. Un’eredità che impone di non restare in silenzio ogni volta che, in qualunque parte del mondo, la pena di morte torna a essere invocata ed esibita.
La difesa dei diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita e alla dignità di ogni persona, anche di chi si è macchiato dei crimini più gravi, è la ragione stessa della funzione dell’avvocato. Per questo AIGA esprime la più ferma condanna della pena di morte e di ogni sua spettacolarizzazione, chiede alle istituzioni italiane ed europee di sostenere in tutte le sedi internazionali la moratoria universale delle esecuzioni e l’abolizione definitiva della pena capitale, invita il mondo dell’informazione a non farsi strumento della trasformazione della pena in spettacolo e rinnova il proprio impegno, accanto alle avvocature e alle organizzazioni internazionali, per un mondo senza pena di morte.
La civiltà di un ordinamento si misura anche dal modo in cui tratta chi ha commesso i delitti più gravi. Uno Stato che uccide, e che chiede ai propri cittadini di guardarlo mentre lo fa, rinuncia a ciò che lo distingue dal crimine che pretende di punire.
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