Giudici e Pm vanno differenziati”, lo diceva anche Giovanni Falcone
Uno dei principali argomenti usati dai detrattori della riforma è che il magistrato antimafia non abbia mai propugnato la separazione. Falso. Lo fece pubblicamente due volte. In modo nettissimo.
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Queste sono le premesse ed è il successivo quadro nel quale si mossero i Costituenti, e allora lascerei da parte tanto Licio Gelli, la sua P2 e Silvio Berlusconi. Piuttosto segnalo lo scopo evidentemente perseguito dai sostenitori di questo slogan: tentare di criminalizzare o mettere in cattiva luce coloro che oggi – in tempi in cui il rosso simbolico si è molto scolorito – propugnano la separazione delle carriere. Analoga inesattezza si cela in chi – contro coloro che ne fanno un giusto e riguardoso richiamo – sostiene che “Giovanni Falcone non ha mai propugnato la separazione delle carriere”.
Invece Falcone lo ha fatto in almeno due occasioni pubbliche: il 28 luglio 1988, nel corso di un suo intervento a un convegno promosso da Mondo Operaio e, successivamente, il 3 ottobre 1991, in un’intervista rilasciata a Mario Pirani, pubblicata su La Repubblica. Non fu affatto un’affermazione istintiva e decontestualizzata, ma del tutto ragionata e preziosa in punto di diritto, e alla quale è molto difficile opporre argomenti giuridici e politici contrari: “La questione centrale” affermava Falcone, “che non riguarda solo la criminalità organizzata, sta nel trarre tutte le conseguenze sul piano dell’ordinamento giudiziario che il passaggio dal processo inquisitorio al processo accusatorio comporta. Se questa riforma dell’ordinamento non sopravviene rapidamente il nuovo processo è destinato a fallire. Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’esecutivo. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte. Gli esiti dei processi, a cominciare da quelli di mafia, celebrati col nuovo rito, senza una riforma dell’ordinamento, sono peraltro sotto gli occhi di tutti”. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che una parte di quelli che, all’interno della magistratura, lo boicottarono, continua a opporsi strenuamente alle sue idee.
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