Anno: XXVIII - Numero 102    
Martedì 26 Maggio 2026 ore 13:00
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Difese “spiate”, la procura: «Nessun uso processuale»

Il cortocircuito delle registrazioni in carcere e nei tribunali riaccende la polemica tra i penalisti, che confermano l'astensione. Nuovo fronte a Napoli, ma Gratteri respinge le accuse.

Difese “spiate”, la procura: «Nessun uso processuale»

Rispetto alla polemica sollevata nei giorni scorsi sugli avvocati intercettati a colloquio con i propri assistiti nel carcere “Capanne” del capoluogo umbro, oggi è intervenuto con una nota il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, per cui «all’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate in difetto di autorizzazione» e che quanto ricostruito ad oggi «non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Replica al Dubbio l’avvocato Alessandro Cannevale: «Ho detto fin dall’inizio che le registrazioni illegittime erano state qualificate dagli stessi inquirenti come inutilizzabili e che non sarebbero mai entrate nel processo. La grave lesione del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza del detenuto e dei suoi familiari sta nel fatto che siano stati registrati quei colloqui».

Tutto nasce da una intervista resa a La Verità, lo scorso 20 maggio, proprio dall’ex procuratore Cannevale, ora difensore di Daniela Paccoi, anch’essa legale ma indagata per concorso in associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, induzione a rendere dichiarazioni mendaci e concorso in traffico di droga. Sebbene il pm Gennaro Iannarone, da fine aprile procuratore capo reggente dopo la nomina di Raffaele Cantone alla procura di Salerno, avesse chiesto ed ottenuto l’autorizzazione ad intercettare solo Paccoi e il suo cliente nella sala colloqui del carcere, nel materiale investigativo, a disposizione delle parti processuali, sono finite – ha raccontato Cannevale – anche registrazioni tra almeno altri sei avvocati (ma il numero sarebbe maggiore) con i loro assistiti, completamenti estranei all’indagine in cui è coinvolta Paccoi. Fonti della procura di Perugia ci spiegano che non c’è stato dolo in questa attività: nessuno si sarebbe messo deliberatamente all’ascolto dei faccia a faccia tra gli avvocati e i loro assistiti nel carcere per carpire informazioni sulle strategie difensive.

La ragione di quanto successo risiederebbe in problemi di natura tecnica: innanzitutto la società che ha fornito gli strumenti per le intercettazioni ambientali, avvenute in questo caso a distanza, avrebbe spiegato che esiste uno sfasamento tra il momento in cui inizia l’attività di registrazione e quello in cui avviene la possibilità di sentirla per poi eventualmente interromperla. Inoltre, essendosi l’avvocato Paccoi mossa tra le varie salette colloqui del carcere, si sarebbe verificato talvolta un accavallamento tra il suo colloquio e quello di un avvocato che arrivava dopo di lei. Certo, ammette la nostra fonte, se «la polizia giudiziaria avesse immediatamente informato la procura di questo problema si sarebbe approfondita la questione e si sarebbe trovato un modo per evitarla», anche perché la cosa sarebbe andata avanti per ben sei mesi, da ottobre 2025 ad aprile 2026. Da quanto appreso, poi, Iannarone non avrebbe ascoltato la registrazione, evitando così di procurarsi una posizione di indebito vantaggio processuale, di una intercettazione di un detenuto a colloquio con il suo legale, e imputato in un procedimento di cui è titolare proprio Iannarone.

Queste ricostruzioni non bastano a placare la polemica. Come ci spiega ancora Cannevale, «dal 2024 (anno dell’approvazione della legge Nordio n. 114), le operazioni di intercettazione devono essere “immediatamente” – sostiene la norma – interrotte in quei casi. Se un colloquio è segreto non può essere registrato. Non si può rimettere alla buona volontà della pg o del magistrato l’astenersi o meno dall’ascolto e dall’uso in sede extraprocessuale dell’intercettazione. Tra l’altro è il pm che dispone le modalità di intercettazione».

Intanto il presidente della Camera Penale di Perugia, l’avvocato Luca Gentili, conferma la manifestazione nazionale dell’Ucpi l’11 giugno e l’astensione dall’8 al 12: «Nessuno ha detto che la procura abbia intercettato volontariamente quei colloqui ma questa resta una brutta pagina dei rapporti tra magistratura e avvocatura. I principi costituzionali quali il diritto di difesa e la riservatezza delle comunicazioni tra legale e assistito sono stati brutalmente calpestati, e peraltro in un luogo simbolo come la saletta colloqui del carcere».

Il caso Napoli

A tenere banco anche la polemica napoletana. Nel corso di un giudizio di particolare complessità pendente dinanzi alla Corte di Assise di Napoli a seguito dell’esame dibattimentale di alcuni testimoni che avrebbe condotto a un quadro probatorio difforme da quanto ritenuto acquisito in sede di indagini preliminari, la procura della Repubblica avrebbe disposto operazioni investigative che hanno coinvolto i difensori Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi, legali di Puzio Salvatore, accusato di omicidio pluriaggravato, e i familiari di quest’ultimo, mediante riprese, intercettazioni ambientali ed esame dei colloqui svoltisi all’esterno dell’aula di udienza e nelle immediate adiacenze della stessa, all’interno del Palazzo di Giustizia.

A stigmatizzare fortemente quanto accaduto sono arrivate le note della Camera penale di Napoli e del Consiglio dell’Ordine, entrambe volte a denunciare la lesione del quadro normativo a tutela dell’inviolabilità della difesa. La procura di Napoli, attraverso una nota a firma del procuratore Nicola Gratteri, invece si difende: «Nessuna attività di intercettazione o di pedinamento è stata disposta nei confronti di difensori, né è stata indicata nell’informativa alcuna conversazione attinente al mandato difensivo. Le intercettazioni – viene specificato – hanno avuto quali destinatari esclusivamente alcuni testimoni dell’accusa che, di fatto, hanno poi ritrattato in dibattimento le dichiarazioni rese nel corso delle indagini, e si sono in parte svolte all’esterno dell’aula di Tribunale e nella tribuna destinata al pubblico, al solo scopo di verificare se i predetti testimonianze dell’accusa, chiamati a testimoniare nel processo, sono stati avvicinati dai familiari dell’imputato o da terzi per essere indotti a non testimoniare o a dichiarare il falso, come difatti è poi accaduto».

Insomma vicende complesse su cui ancora non è possibile mettere un punto anche perché la segnalazione al Coa di Esposito e Pettirossi racconta un’altra storia. Intanto, le consigliere laiche del Csm, Claudia Eccher e Isabella Bertolini, hanno chiesto l’apertura di una pratica al Csm su quanto avvenuto a Perugia e Napoli per accertare eventuali responsabilità dei Pm o dei Gip.

 

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