«Anm addio!». Giusy Bartolozzi sbatte la porta
L’ex capo di gabinetto di Carlo Nordio ha deciso di lasciare il sindacato delle toghe: «Fortemente amareggiata per le strumentali polemiche che hanno caratterizzato questi ultimi mesi»
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La comunicazione è stata depositata formalmente qualche giorno fa, come ha avuto modo di verificare il Dubbio: «Fortemente amareggiata per le strumentali polemiche che hanno caratterizzato questi ultimi mesi» – ha scritto in una nota indirizzata al “sindacato” delle toghe – decide di «rassegnare, con effetto immediato, le proprie dimissioni» e chiede «il contestuale recesso dall’Associazione nazionale magistrati, ai sensi dell’articolo 7 del vigente Statuto». Un epilogo forse già scritto questo.
L’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio durante la campagna referendaria per la separazione delle carriere aveva abbondato i panni istituzionali di funzionario di Via Arenula e si era schierata in prima linea per sostenere la riforma fino a provocare uno tsunami di polemiche quando, durante un dibattito andato in onda su Telecolor Sicilia, aveva dichiarato: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione».
Quei tredici secondi, per i primi due giorni, erano rimasti confinati alla cronaca locale. Poi raggiunsero la ribalta nazionale a ventiquattro ore dai tredici minuti di discorso istituzionale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a sostegno della riforma. Per qualcuno quella diffusione in differita fu una mossa studiata a tavolino per mettere in difficoltà il governo a pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo. Insomma, una pubblicazione ad orologeria che comunque spinse persino Nordio a censurare quelle parole.
L’Anm ne approfittò per creare nuovi manifesti elettorali a favore del No, mettendo in evidenza le affermazioni della Bartolozzi: si passò da «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No» a «Vorresti togliere di mezzo la magistratura? No». Una citazione letterale della magistrata prestata alla politica. Nonostante quel grosso inciampo, Bartolozzi rimase in sella al Dicastero. Anche perché l’idea di mandare a casa il braccio destro del Guardasigilli prima dell’appuntamento alle urne sarebbe stato un suicidio. Ciononostante, anche Meloni fece filtrare «irritazione» per quella uscita infelice per la quale, tra l’altro, non arrivarono mai le scuse, ma solo precisazioni in merito agli «effetti drammatici» della giustizia «su chi è innocente».
Tuttavia, Bartolozzi fu fatta dimettere dalla carica poco dopo la sconfitta referendaria. Nordio aveva tentato di blindarla, ma alla fine aveva prevalso la linea di Palazzo Chigi, che aveva portato anche all’addio dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, per i suoi affari con un prestanome del clan dei Senese. A prescindere da quell’episodio, i rapporti tra Bartolozzi e l’Anm si erano logorati già nei mesi precedenti. Basti pensare a quando inviò una missiva all’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, chiedendo «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti» ricevuti dal Comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini, a seguito di una interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia Enrico Costa. Anche in quella occasione la polemica fu immediata. Insomma, la frattura tra le parti era ormai insanabile. Da qui la scelta di Bartolozzi – in procinto di rientrare concretamente in ruolo (anche se mancherebbe ancora la firma di Nordio) – di dire addio all’Anm e chiedere il trasferimento a Londra come magistrato di collegamento. Ipotesi che, però, sembra allontanarsi. E non per suo volere.
Simona Musco e Valentina Stella su Il Dubbio
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