AI al servizio del cliente: come cambia il ruolo del commercialista
Con l’automazione dei processi, i commercialisti si orientano verso un ruolo sempre più consulenziale e personalizzato, liberando tempo per attività ad alto valore aggiunto.
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La trasformazione digitale degli studi professionali non riguarda solo i commercialisti, ma impatta in modo diretto anche i clienti. L’intelligenza artificiale sta riscrivendo le modalità con cui le imprese interagiscono con il proprio consulente contabile, introducendo nuove aspettative in termini di efficienza, personalizzazione e valore strategico.
Questo è uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca “IA & Commercialisti: nuove frontiere della Professione”, promossa da TeamSystem e dall’Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.
I numeri parlano chiaro: due studi su tre già utilizzano o stanno per implementare software gestionali dotati di funzionalità AI. Non si tratta solo di una scelta tecnologica, ma di un cambiamento culturale che impatta direttamente sull’esperienza del cliente. L’AI consente infatti di ottimizzare i tempi di risposta, migliorare la qualità delle analisi fornite e offrire consulenze più puntuali e mirate.
Per le imprese clienti, questo significa ricevere un servizio più rapido e preciso. Le attività ripetitive, come l’inserimento dati, la riconciliazione contabile o la generazione di report standard, vengono automatizzate, liberando il commercialista per attività a maggior valore: pianificazione finanziaria, consulenza fiscale, supporto strategico. Il risultato è un rapporto più diretto e qualitativo con il professionista.
Non sorprende, quindi, che il 3 dei commercialisti intervistati su 4 consideri le competenze legate all’intelligenza artificiale fondamentali per mantenere alta la competitività del proprio studio. I clienti sono sempre più digitali, abituati a servizi immediati e a soluzioni flessibili: il commercialista deve evolvere di conseguenza, pena il rischio di perdere rilevanza.
Il nuovo approccio consulenziale è dunque data-driven. La capacità di interpretare grandi moli di dati aziendali in tempo reale, individuare criticità e suggerire scenari evolutivi è ciò che oggi distingue un professionista aggiornato da uno che si limita all’adempimento fiscale. L’AI diventa così il ponte tra analisi e decisione, a beneficio della relazione tra studio e cliente.
In questo contesto, le parole di Giuseppe Busacca, General Manager BU Professional Solutions di TeamSystem e AD di Euroconference, appaiono emblematiche: “In uno scenario in costante evoluzione, la capacità di integrare questa tecnologia nei processi operativi del proprio studio diventa una leva essenziale per restare competitivi, mantenendo la qualità dei servizi offerti all’altezza delle aspettative dei clienti”.
Naturalmente, questo cambiamento richiede un aggiornamento delle competenze. Il 59% degli studi ha già deciso di investire in formazione interna, proprio per affrontare con maggiore consapevolezza l’adozione di queste tecnologie. Non mancano, però, le barriere: per chi ancora non utilizza l’AI, la principale difficoltà è la mancanza di competenze, seguita da costi e dubbi sull’affidabilità.
Oltre all’AI, risultano fondamentali anche altre competenze digitali: il 54% indica la conoscenza degli strumenti informatici come prioritaria, mentre il 34% sottolinea l’importanza della gestione della privacy e della sicurezza dei dati, tema sempre più sensibile per i clienti.
Il cliente, quindi, non è più un destinatario passivo di servizi, ma un interlocutore attivo che si aspetta consulenza, accompagnamento e risposte rapide. L’adozione dell’AI da parte degli studi non è solo una questione di tecnologia, ma anche di relazione: un modo per essere più vicini al cliente, comprenderne meglio le esigenze, anticiparne le necessità.
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