Anno: XXVIII - Numero 13    
Mercoledì 21 Gennaio 2026 ore 13:30
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Su Iran e Ucraina la sinistra fa una parodia scadente di sé

Intervista col direttore di Il Mulino Paolo Pomben “La sinistra deve confrontarsi con la trasformazione della storia, non temere di dire che i russi sono imperialisti e di stare con il popolo iraniano, altrimenti è una parodia scadente”.

Su Iran e Ucraina la sinistra fa una parodia scadente di sé

Paolo Pombeni, professore emerito di Scienze Politiche dell’università di Bologna e direttore della rivista Il Mulino, interviene sul dibattito aperto da Ezio Mauro con un editoriale sulla Repubblica e con un’intervista su Huffpost dal titolo “Leggere il futuro della sinistra a Kiev e a Teheran”

Direttore, perché la sinistra sente giustamente sua la difesa del popolo di Gaza mentre le piazze contro il regime di Teheran sono mezze vuote?

I sentimenti popolari sono come una miniera in cui scavare. La questione palestinese si è imposta nel sentire collettivo della sinistra da tempo, anche qui superando i pregiudizi. 

Quali?

Quelli che vedevano prima i poveri ebrei di Israele come un piccolo popolo che si difendeva contro gli arabi cattivi. È stato un lavoro di manipolazione culturale, lo dico perché è fattuale. La questione palestinese è diventata così lo stereotipo del terzo mondo, povero e sfruttratto. La storia si innesca da questo presupposto, senza lasciare spazio a un approccio critico: la strage di Hamas del 7 ottobre è stata così subito cancellata dalla spropositata reazione di Israele. Diverso invece in Ucraina. 

Cioè?

Facciamo finta di niente, ma anche lì c’è gente che sta crepando di freddo perché un pazzo di nome Vladimir Putin distrugge tutte le centrali energetiche e porta avanti una guerra per destabilizzare un popolo, costringendolo a vivere in condizioni disumane. Però manca l’immaginario collettivo che fa scattare la solidarietà.

Cosa intende con immaginario collettivo?

Pensiamo all’Iran. Anche qui una persona di sinistra vede ma non riesce a collocare l’episodio in una storia. Quella dell’Iran non è la storia di un popolo oppresso, ma quella di un popolo che si è liberato di un dittatore come lo Shah e ha ricevuto una reazione ultra-moralistica, reazionaria, avversa ai diritti elementari.

Da qui la disaffezione?

La sinistra non riesce a collocarlo in una storia universale di oppressione. Al massimo riconosce che gli iraniani hanno anche ragione a ribellarsi ma il nostro aiuto non è necessario. Ecco, la sinistra ha perso questa storia universale, che poi sarebbe elementare: dire che quella ucraina è la resistenza di un popolo debole contro l’imperialismo diventa quindi difficile, perché a sinistra si fa ancora fatica a dire che i russi, ex sovietici, sono degli imperialisti fottuti.

Eppure è evidente. Perché?

Perché – e penso all’Iran – dovresti dire che in Iran c’è un popolo che si ribella contro una dittatura reazionaria che però non rientra nella categoria classica: non è contro il fascismo. E quindi ti trattieni. 

Perimetriamo il campo. Di quale sinistra stiamo parlando? Di tutta o solo di un pezzo? 

Parliamo di tutta la sinistra, ma esistono delle gradazioni. Ce n’è una parossistica, che giustifica Putin a tutti i costi e che ritiene in fondo l’Iran il terzo mondo, e quella che invece, se si ferma un attimo a riflettere, ma dovrebbe resettare il proprio immaginario storico. 

Ragionamenti ritrovabili sia nel Partito democratico che nel Movimento 5 Stelle, quindi?

Assolutamente sì, ma anche nella sinistra senza partito. Farei un esempio.

Prego. 

La mia generazione ha vissuto la guerra in Vietnam. Uno dei problemi era superare l’immagine dell’America portatrice di libertà, come voleva la narrativa precedente. Così siamo arrivati all’America brutta, cattiva, che ammazza i popoli. Un sentimento molto diffuso oggi a sinistra, perché è difficile tornare indietro. 

Crede che sia più facile comporre una piazza anti-americana o anti-occidentale che viceversa? Questa è la differenza tra le piazza per Gaza e quelle per Teheran?

Questa componente esiste, sì. D’altronde viviamo questa cultura dei talk show, dove dichiararsi critici dell’Occidente è un must. Una postura che ha una ricaduta. Poi, intendiamoci, nemmeno si può dire che i cosiddetti valori occidentali siano tutti così buoni, ma per questo serve cultura critica e invece tutto è sempre bianco o nero. 

Per Ezio Mauro a sinistra “sussistono residui di fede sovietica e antiamericanismo a cui si aggiunge il populismo”. È questa la miscela che porta in piazza contro Israele e non contro gli Ayatollah?

Direi di sì. Sono filoni carsici, si inabissano ma rimangono. Il Pci aveva circa il 30% dei voti e raccoglieva simpatie anche oltre queste percentuali. Questo partito ha talvolta riconosciuto i difetti della Russia, ma ha sempre condannato soprattutto il consumismo americano, il capitalismo, la civiltà del denaro. Ostilità che tornano, anche oggi, anche mentre consumiamo come matti. 

Ci si può definire di sinistra senza supportare la battaglia del popolo iraniano?

Un tempo la sinistra aveva un grande slogan: progresso e libertà. Due elementi incompatibili con gli Ayatollah. Il regime di Teheran è all’opposto della sinistra fondata sull’illuminismo contro l’oscurantismo. Come si fa a non essere dalla parte dei lumi?

C’entra anche la paura di essere additati come islamofobi?

Questa è una paura che esiste, anche se in maniera ambigua e vaga. Vero è che alcuni evitano di condannare per non alimentare il sentimento anti-immigrazione, temendo di fornire uno strumento alla destra, pronta ad attivare l’islamofobia per i propri fini. 

Ma è vero che il futuro della sinistra italiana passa dal sostegno al popolo iraniano e quello ucraino?

Anche da questo, sì. Perché passa dalla necessità di uscire dagli schematismi: la sinistra quando è schematica è morta, perché diventa parodia dell’ortodossia religiosa. Adesso è una parodia molto scadente, mentre una sinistra razionale si confronta con la trasformazione storica. La storia muta e alla trasformazione non bisogna rispondere con gli slogan o con l’illusione di sapere chi sono i buoni e chi i cattivi: la sinistra è il regno delle domande alle quali si cercano risposte, non quello delle domande finte alle quali non c’è bisogno di risposta perché la si conosce già.

E se la sinistra restasse immobile?

Sparirebbe. Ogni mutamento porta spaesamento. il tramonto di personaggi e forze che hanno occupato posizioni di potere rende il passaggio complicato e vale anche a destra. Ma la sinistra deve cambiare e ci riuscirà rimettendo in piedi la vecchia dinamica tra conservare e progredire. Fino ad allora sarà un disastro, dove regnerà la confusione.

A dividere, sempre a sinistra, c’è anche la possibilità di un intervento americano in Iran. 

Un riflesso pavloviano: ormai pensiamo che ogni intervento americano va a favore della parte sbagliata. Peccato che nessuno faccia un ragionamento banale. 

Quale?

Se gli americani non fossero intervenuti nella Seconda Guerra Mondiale, come sarebbe finita? Quello non è stato un intervento? Gli interventi positivi esistono e hanno favorito il progresso.

Di Giulio Ucciero su Huffpost

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