"Meloni è forte nella stabilità, debole negli alleati"
Intervista con il politologo francese, docente a Sciences Po e alla Luiss Mark Lazar
“La premier può rivendicare di aver cambiato l’immagine dell’Italia all’estero, complice i guai vissuti da Francia, Germania, Regno Unito in questi anni”. Il fianco debole della coalizione con i partiti di Tajani e Salvini “molto indeboliti”. La minaccia di Vannacci che “prende voti alla Lega, un po’ a FdI; attrae gli elettori anti-europei, filo-russi, che accettano l’autorità se non l’autoritarismo”. Il vuoto del campo largo che “deve fare subito quattro cose e invece chiacchiera Marc Lazar, storico e politologo, docente emerito di Storia e Sociologia Politica a Sciences Po, è professore alla Luiss di Roma.
Professore, Giorgia Meloni festeggia il suo governo come il più longevo della storia italiana. Grandi riforme, però, non si registrano: premierato ancora in gestazione, autonomia smontata dalla Consulta, giustizia fermata dal referendum, legge elettorale in alto mare. Quattro anni di stabilità o di galleggiamento?
Anzitutto di stabilità, elemento importante per due ragioni. La prima: è eccezionale per la storia della Repubblica italiana. La seconda: è frutto del risultato elettorale del 2022, fatto che non succedeva dal 2008. Dal 2011 al 2022 l’Italia è stata senza una chiara maggioranza e i governi sono stati espressione di diversi giochi parlamentari. Questo è un dato di comunicazione su cui la premier gioca molto, anche in prospettiva dell’anno prossimo. Dice: con la nuova legge elettorale la stabilità aumenterà.
Si può sostenere il contrario: visto che la stabilità c’è già, e viene rivendicata, cambiare legge all’ultimo tuffo serve a evitare la sconfitta…
È vero che la stabilità c’è già, ma il punto di vista comunicativo di Meloni è chiaro: confermarla, rimanere al potere ed entrare nella storia.
In politica estera Meloni ha investito molto. Il rapporto con Donald Trump però è finito male e la premier stenta ad abbracciare la partita dei Volenterosi. Lei prevede che sull’Ucraina terrà la sua posizione?
Anche qui dobbiamo partire dalla stabilità. Mi colpisce molto che a livello europeo questo dato riceva grande attenzione. Vista da Francia, Germania, Regno Unito, l’Italia è diventato un Paese stabile e con questo successo la premier rivendica di aver cambiato la vostra immagine all’estero. E non è falso in un contesto in cui i tre Paesi che citavo hanno vissuto una fase di grandissima instabilità. La Francia, ad esempio, ha avuto sei primi ministri dal 2022 al 2026. Incredibile, per la storia della Quinta Repubblica.
Il bottino in politica estera non è deludente?
Starei sulle sfumature. È vero che è fredda sui Volonterosi, ma facciamo un passo indietro. Quando ha vinto le elezioni, negli Usa di Joe Biden e nelle grandi capitali europee c’era grande inquietudine perché lei veniva da una storia fascista, anti-europea e per l’uscita dall’euro. Aveva una scarsa o cattiva reputazione. Tutto questo è cambiato radicalmente: ha giocato la carta internazionale per ottenere credibilità, e l’ha avuta prima da Biden, poi da Trump anche se è finita come sappiamo, ed è stata accettata anche a livello europeo. Certo, ci sono state tensioni. Germania e Francia sono deluse dall’atteggiamento sui Volonterosi, ma Parigi non getta benzina sul fuoco e aspetta alla finestra di vedere se Roma prima o poi li raggiungerà.
Lega e Forza Italia, per motivi diversi, sono in crisi di consenso. Al comizio di Bari i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini saranno solo video-collegati. È una festa di partito più che di coalizione? Sotto Giorgia niente?
Questo è assolutamente un elemento dell’attuale debolezza politica della premier. Nel 2026 sono emerse delle difficoltà: il fallimento della riforma sulla giustizia con la durissima sconfitta referendaria, poi l’indebolimento di Forza Italia e Lega che sono partiti divisi mentre Meloni ha in mano Fratelli d’Italia grazie al proprio carisma e alla sorella Arianna. Ma non solo la premier rischia di finire la legislatura con due partiti molto indeboliti, intorno al 12% complessivamente, nei sondaggi vediamo anche altro. Due blocchi elettorali in parità ma con un leggero vantaggio del campo largo – peccato che poi non esista – con le potenzialità di vincere sul centrodestra.
Qui si arriva al convitato di pietra, Roberto Vannacci. Un cavallo di Troia filorusso, come ritiene il Financial Times, o un nemico a destra per Meloni?
Sicuramente è un cavallo di Troia di Mosca. Lui stesso dice chiaramente di essere filorusso, ma non ha il monopolio di questo settore. In Italia Putin ha tre alleati potenziali: Vannacci, Salvini che non ha mai ripudiato l’amicizia personale con lo Zar, M5S con le sue ambiguità. Ma c’è un altro grande problema per Meloni: Vannacci occupa uno spazio all’estrema destra razzista, xenofoba, omofoba, anti-immigrazione, con atteggiamenti che richiamano il partito fascista. Ed è interessante che i sondaggi lo accreditino di un consenso fra l’8 e il 12%: significa che questo spazio esiste.
Vannacci è un fuoco di paglia o è destinato a durare?
Prende voti alla Lega, un po’ a FdI; attrae gli elettori anti-europei, filo-russi, che accettano l’autorità se non l’autoritarismo. Questo è un bacino politico che esiste in Italia come in Francia. Non penso sia un fuoco di paglia. Vannacci ha grandissime capacità di comunicazione, usa l’intelligenza artificiale in modo più sofisticato ed efficace di quanto facesse la campagna social di Salvini, la famosa Bestia, ammicca a un’estrema destra che comprende molti nostalgici del Duce.
È la variabile che compromette la narrativa auto-celebrante del governo ?
Personalmente non credo che Futuro Nazionale andrà oltre le attuali percentuali dei sondaggi. Ma c’è un elettorato di destra radicale che è deluso dalla mancanza del blocco navale contro i migranti e che si sente tradito nei rapporti con l’Ue. Vannacci ha aperto uno spazio a destra di Meloni e lei dovrà farci i conti. I nodi arriveranno al pettine, a un certo punto.
A proposito di conti. Sono abbastanza in ordine, grazie a Giancarlo Giorgetti mani-di-forbice, ma con salari bassi, produzione industriale ferma, inflazione al galoppo. Lei vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Intanto, mi colpisce che i media francesi – soprattutto quelli di destra ma non solo – vedano soltanto l’aspetto positivo: il deficit ridotto, più occupazione e un commercio con l’estero positivo. Forse perché in Francia questi tre elementi sono invece in negativo. Ma una domanda, soprattutto, è ineludibile: la sinistra parla di diseguaglianze, cambiamento climatico, precarietà, perché allora non vince?
Perché ?
In Italia come in Francia c’è una situazione socio-economica difficile e una parte dei ceti popolari soffre, ma rimane motivata a votare soprattutto per ragioni culturali. Principalmente due: il riferimento al concetto di Nazione e la preoccupazione per l’immigrazione. Meloni gioca molto sull’orgoglio italiano. La risposta a Trump – “Io e l’Italia non imploriamo mai” – è stata molto abile. Questo è un dato culturale molto importante che supera la disastrosa situazione lavorativa dei giovani e dei precari.
La contro-narrazione del campo largo rispetto all’azione governativa le sembra efficace?
Il campo largo deve fare quattro cose: trovare l’unione, redigere un programma, identificare un modo per la scelta del leader, eleggere un leader. Siamo a settembre e forse si voterà a primavera prossima. Continuano a chiacchierare anziché trovare una soluzione in tempi rapidi. C’è altro da aggiungere?
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