«Lo stop alla gogna e ai pm protagonisti è una svolta di civiltà».
L'avvocato Vittorio Manes ordinario di Diritto penale presso l’Università di Bologna commenta le nuove linee guida del Csm: dalle regole su toghe e comunicazione un argine alla dittatura dei media.
In evidenza
Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, da una lettura delle linee guida redatte dal Csm sulla comunicazione emerge una fortissima sensibilità per il diritto alla reputazione, inteso come componente essenziale della dignità della persona.
L’ordinamento italiano è abbastanza “moderno” rispetto a questo nuovo diritto?
La sensibilità espressa e la giusta enfasi posta sulla reputazione individuale è uno degli aspetti maggiormente apprezzabili dell’aggiornamento delle linee guida, che gravitano attorno alla centralità di questo valore e alla necessità di apprestare una tutela effettiva e concreta, e non virtuale e astratta. Si prende meritoriamente atto che la reputazione, come proiezione della stessa dignità della persona, è uno dei valori maggiormente significativi, ma anche maggiormente vulnerabili nell’ecosistema digitale, e che paradossalmente, aggiungerei, è anche uno dei valori maggiormente privi di tutela nel sistema attuale. Da questo punto di vista, l’ordinamento italiano mi sembra visibilmente arretrato, su questo fronte, perché non presenta strumenti di tutela, né civili né penali, davvero effettivi ed efficaci rispetto a lesioni della reputazione, anche riferibili a una distorta comunicazione giudiziaria. E a questo riguardo le linee guida si propongono meritoriamente di alzare la soglia di protezione sia in chiave preventiva, anzitutto vietando una informazione giudiziaria pregiudizievole per la presunzione di innocenza, sia in chiave successiva, mediante la necessaria attualizzazione dell’informazione e il dovere di rettifica quando, per effetto dello sviluppo processuale, muti contenuto e significato dello stesso in senso favorevole all’indagato.
Nella filosofia del diritto, il bilanciamento tra diritti fondamentali è un esercizio delicatissimo. In questo caso, da un lato abbiamo il diritto di cronaca e l’interesse pubblico alla conoscenza, dall’altro l’inviolabilità della reputazione. Queste regole del Csm riescono a tracciare una linea di confine che tutela entrambi, o ridefiniscono gerarchicamente i due valori?
A me pare che le linee guida si propongano di riequilibrare un bilanciamento che oggi va a tutto scapito dei diritti e delle garanzie della persona, reputazione, vita privata e familiare, presunzione di innocenza, indebitamente soverchiati, nel contesto attuale, dal diritto di cronaca. Questo merita indubbiamente di essere salvaguardato, unitamente al diritto dei cittadini di essere informati: ma analoga protezione meritano i diritti personalissimi che stanno sull’altro piatto della bilancia, consapevoli appunto che nell’ecosistema digitale – come appunto si legge nella premessa delle linee guida – una notizia giudiziaria diffusa nella fase iniziale delle indagini può produrre effetti reputazionali assai più rapidi e persistenti del successivo accertamento processuale, e può tradursi in una compromissione irreversibile della dignità personale. Di qui una urgenza di tutela di cui l’amministrazione della giustizia è chiamata – doverosamente – a farsi carico. E che dovrebbe passare anche da un più rigoroso rispetto del segreto istruttorio, evitando e sanzionando violazioni eclatanti che sono tristemente – ed intollerabilmente – divenute ormai quotidiane ed ordinarie.
C’è chi ha parlato di autobavaglio: davvero si corre questo rischio?
Francamente non mi sento di condividere questo giudizio: a me pare un provvedimento meritevole di un giudizio positivo, per i valori che lo ispirano e per le finalità che si prefigge. E sarebbe anzi importante che le altre agenzie coinvolte nella comunicazione giudiziaria – gli organi di informazione e i media – adottassero guidelines a contenuto analogo, e soprattutto seguissero standard di “deontologia comunicativa” che assumano come valore primario ed invalicabile il rispetto della reputazione e della dignità della persona. Con principi e modalità molto distanti da quelle oggi seguite, salvo rare eccezioni.
Spersonalizzare la comunicazione (privilegiando il comunicato scritto rispetto alle conferenze stampa dei singoli pm) quanto aiuta a restituire ai cittadini l’immagine di una giustizia terza, serena e non emotiva?
Certamente la “spersonalizzazione” dell’informazione potrà limitare il “protagonismo mediatico” di taluni inquirenti, e la ricerca di visibilità mediante la diffusione anticipata di notizie giudiziarie concernenti le indagini dagli stessi promosse e portate avanti. E così pure la preferenza accordata a talune modalità comunicative più sobrie, meditate e misurate – quali il “comunicato stampa”, come “modalità ordinaria della comunicazione istituzionale”, al posto della “conferenza stampa” – esprime una condivisibile scelta di sfavore per strumenti maggiormente inclini alla “spettacolarizzazione” della giustizia penale, che sempre ingenera nell’opinione pubblica convincimenti distorti e pregiudizi colpevolisti spesso irreversibili sugli indagati, violando irrimediabilmente la presunzione di innocenza.
Dietro queste linee guida c’è l’idea che la giustizia non si compia solo dentro l’aula, in quanto la comunicazione non racconta solo la giurisdizione: la fa. Che pericoli vi sono dietro la transizione verso una nuova e diversa concezione di giustizia affidata ai media?
Pericoli evidenti, ed enormemente significativi, perché la giustizia rischia sempre più di essere soppiantata dalla sua narrazione, sempre più sguaiata e disinformata. Tutti siamo consapevoli che i tribunali “non operano nel vuoto”, come usa ripetere la Corte europea dei diritti dell’uomo: ma nell’attuale contesto la giustizia istituzionale rischia di essere sostituita dalla giustizia mediatica, e la giurisdizione sempre più espropriata dalle mani dei giudici. La “verità processuale” – che è sempre una “verità di attesa”, lenta e faticosamente costruita sul doveroso rispetto delle regole e della garanzie – viene ormai surrogata dalla pseudo-verità della narrazione mediatica, che non conosce né tollera regole, insegue l’emotività e il sensazionalismo e persegue solo obiettivi di audience e share. E questa “concorrenza sleale” ha ricadute altrettanto evidenti e nocive sulla credibilità stessa della giustizia istituzionale, e sulla fiducia dei cittadini nella stessa.
Riforme di questa portata, che toccano il modo in cui il potere giudiziario si relaziona con la polis, richiedono tempo per essere metabolizzate. Al di là delle fisiologiche resistenze iniziali dovute al cambio di abitudini, crede che queste linee guida apriranno la strada a una nuova e irreversibile cultura della responsabilità comunicativa nella magistratura?
Questo è l’auspicio, ovviamente, e certamente le linee guida mi paiono un passo avanti in un percorso di riequilibrio ancora lungo e faticoso, che dovrà essere verificato anche e soprattutto nella sua effettività, e nel concreto rispetto che a queste regole presteranno gli uffici requirenti e giudicanti. Ma non solo, perché tutti gli attori dell’informazione giudiziaria dovrebbero impegnarsi in questa forma di “responsabilità condivisa”: un modello di shared responsibility che accomuna magistrati, avvocati, giornalisti, impegnandoli a promuovere una “ecologia dell’informazione” che restituisca centralità ai valori della persona e alla sua dignità. È un problema culturale, una grande sfida del nostro tempo, che interpella una fondamentale scelta di campo, tra i valori della civiltà del diritto o, all’opposto, i dis-valori di una forma di pseudo-giustizia medievale e tribale.
Di Simona Musco su Il Dubbio
Altre Notizie della sezione
Minetti e Cipriani contro il Fatto: «Tutela per il minore»
22 Giugno 2026I legali contestano la pubblicazione di dettagli sulla madre biologica e richiamano la Carta di Treviso.
L’unione dei centristi sarebbe un errore.
19 Giugno 2026Lo hanno già fatto, e hanno consegnato il paese alla destra.
«Una foto non basta: per governare serve un programma vero».
18 Giugno 2026Parla Picierno Intervista alla vicepresidente del Parlamento Ue: «La differenza con il campo largo? Noi siamo partiti dai contenuti. Dalla difesa dell’Ucraina dipende il nostro futuro».
