Referendum, l’Anm ora è spaccata: "Così delegittimiamo tutta la magistratura"
Bufera dopo il post di Maruotti: a rischio la credibilità, dicono i moderati di “Mi”. L’incubo del flop nelle urne,
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Era inevitabile. L’Anm si spacca. E cala il gelo. A riaprire la frattura mai davvero ricomposta fra progressisti e moderati è il post, poi rimosso, del segretario generale Rocco Maruotti. È l’infelice accostamento che il numero due dell’associazione ha proposto fra i metodi nazistoidi dell’Ice trumpiana e il modello accusatorio. Vale a dire l’assetto processuale che, con la separazione delle carriere, troverebbe compimento: “Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio. Giusto dire No”.
A prendere le «distanze» sono i delegati di “Magistratura indipendente” nel parlamentino Anm. Alludono al rischio di minare «il pluralismo interno all’Associazione» e la sua «credibilità istituzionale». La frase incriminata, lasciata solo per poco sui social, aveva suscitato una durissima replica di Carlo Nordio, che aveva parlato di messaggio «disgustoso». Ma già lunedì, la presidente e il segretario generale di “Mi” Loredana Miccichè e Claudio Galoppi, avevano deplorato le parole di Maruotti (che nella giunta Anm rappresenta la progressista “Area”), pur senza citarlo. Si erano limitati a un appello rivolto a «tutti i magistrati, specie coloro che ricoprono cariche nell’Anm, a mantenere nel dibattito pubblico e sui social la necessaria postura istituzionale».
Dopodiché la corrente ha messo da parte i toni evocativi: nella nota fatta circolare solo sulle chat della magistratura, i «componenti di Magistratura indipendente del Comitato direttivo centrale dell’Anm prendono le distanze dalle dichiarazioni pubblicate dal Segretario dell’Anm sui propri profili social, relative all’episodio omicidiario occorso a Minneapolis, non essendo peraltro chiaro se esse siano state espresse a titolo personale o nella qualità di rappresentante dell’Associazione». E ancora: «Tali affermazioni non riflettono la posizione dei sottoscrittori (la dichiarazione è firmata dagli 8 magistrati che rappresentano “Mi” nel parlamentino delle toghe, ndr) e non risultano appropriate con il ruolo istituzionale dell’Anm. La vicenda richiamata riguarda uno Stato terzo, con assetti diversi da quelli italiani; il suo accostamento alla riforma in discussione non appare appropriato né pertinente». Poi la “presa d’atto” «delle scuse pervenute dal Segretario Maruotti» ma anche la ribadita «esigenza» che «il confronto pubblico si svolga con rigore, equilibrio e senso di responsabilità».
Sono parole più gelide che censorie. Marcano una distanza. Segnano un inconciliabilità di posizioni. Va notato come in calce al comunicato non compaiano gli eletti di “Mi” nel parlamentino Anm che fanno parte anche della “giunta”, vale a dire il presidente Cesare Parodi, Chiara Salvadori e Giuseppe Tango. Ma si tratta solo di un’estrema premura concepita per limitare la crepa, per non rendere irrespirabile, in piena campagna referendaria, il clima nell’“esecutivo” del sindacato.
Non è finita qui: poco dopo che la dichiarazione dei “delegati” di “Magistratura indipendente” ha cominciato a filtrare all’esterno, proprio la giunta presieduta da Parodi ha diffuso una brevissima “informativa” ai componenti del parlamentino Anm, ovvero il “comitato direttivo centrale”, in cui fa sapere che, «considerata l’assoluta rilevanza di impegnarsi nell’ambito della discussione referendaria», si è deciso di «non fissare il ‘Cdc’ per il giorno 7 febbraio» e di rinviare la riunione «a data da destinarsi». Anche qui siamo di fronte a una misura “di ordine pubblico”: meglio non vedersi nemmeno, o i rappresentanti di “Magistratura indipendente” avrebbero impallinato il progressista Maruotti.
Non è il miglior viatico, per il rush finale dell’Anm nella campagna per il referendum sulla separazione delle carriere, che per ora resta in calendario il 22 e 23 marzo. Non è un impulso alla coesione delle correnti e all’efficacia della loro propaganda. Assolutamente no. Ma dietro l’errore per il quale, va ricordato, Maruotti ha subito chiesto scusa, e dietro la reazione così severa del “centrodestra togato”, non c’è solo l’eterna rivalità fra le opposte sponde politiche del correntismo. C’è anche la preoccupazione per uno showdown che, nell’Anm e nei suoi gruppi organizzati, si verificherebbe un minuto dopo un’eventuale sconfitta al referendum.
Se vincesse il Sì alla riforma Nordio, sarebbe la fine delle correnti, messe al tappeto dal sorteggio. Ma si tratterebbe anche di una tremenda débacle per la magistratura nel suo complesso. Dopo essersi esposto in modo così sfacciatamente politico nella campagna per il No, l’ordine giudiziario uscirebbe con le ossa rotte. Con una credibilità a brandelli. E sarebbe l’ora della resa dei conti. Perché a rispondere di un tracollo non solo politico ma anche di tenuta istituzionale sarebbero, com’è ovvio, i capi. Dell’Anm e delle correnti. Poi magari vincerà il No e Maruotti sarà riabilitato come un combattente che si è spinto con coraggio nelle linee nemiche. Ma persino in quel caso, dell’alta funzione attribuita alla magistratura resterebbe un pallido e svagato ricordo.
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