Anno: XXVIII - Numero 41    
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Referendum Giustizia: perché Si'!

Focus su una riforma necessaria.

Referendum Giustizia: perché Si'!

 L’Associazione Italiana Giovani Avvocati e il Comitato Giovani Avvocati per il Sì sono protagonisti della grande mobilitazione per la campagna referendaria che culminerà con il voto del 22 e 23 marzo. Una sfida epocale che la giovane avvocatura sta affrontando con responsabilità, senza mai alzare i toni, e con la consapevolezza del suo ruolo e della sua funzione nella società. Informare con serietà i cittadini è la nostra prima missione, ma anche confrontarci con le istituzioni e la politica. L’evento di oggi 26 febbraio alla Camera dei deputati – ‘Referendum Giustizia: perché Si’! – Focus su una riforma necessaria’ rappresenta per Aiga un’occasione unica di confronto, in un momento cruciale della campagna referendaria. 

E’ notizia degli ultimi giorni l’uscita di un documento sottoscritto da 29 magistrati, in cui si scrive senza se e senza ma che «Chi vota no è convinto di difendere la Costituzione, e invece difende un sistema profondamente malato». Molti illustri esponenti della magistratura hanno già espresso il loro favore verso la riforma, ma le 29 toghe per il Sì del documento fanno un passo ancora più forte, mettendo nero su bianco la propria posizione. E mettono a nudo il sistema delle correnti, che hanno «occupato l’organo di autogoverno della magistratura, il Csm», e sottolineano come l’articolo 104 della Costituzione, che «c’è e rimane, garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dalla politica» e i due Csm «liberano il giudice dalle influenze delle procure sulla sua carriera e sulle sue valutazioni di professionalità». 

Osservazioni che l’AIga non può non condividere, poiché respira ogni giorno nelle aule di Tribunale le storture evidenziate dagli stessi magistrati, magistrati per la cui indipendenza ed autonomia i giovani avvocati si sono sempre battuti. Proprio in ragione della difesa dell’autonomia e dell’indipendenza di tutta la magistratura, non si può più nascondere la realtà: Anm e la sua meticolosa organizzazione delle elezioni per il Csm ha trasformato quest’ultimo in una sorta di parlamentino delle correnti. Com’è logico, gli eletti tengono a tutelare il proprio elettorato e tra le tutele vi sono anche le stanze di compensazione tra le varie correnti in sede disciplinare. La prova certa di questo fenomeno (se non si vuole dar peso alle confessioni di Palamara nei suoi libri) sono i dati relativi ai provvedimenti disciplinari (a dir poco minimi) e alle valutazioni di professionalità, che fanno apparire l’intera magistratura come pressoché infallibile, ma chiunque frequenti le Aule di Giustizia sa fin troppo bene che così non è. 

Uno dei punti più contestati di questa riforma è infine il sorteggio per la determinazione della composizione dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare. Con il sorteggio le correnti non verrebbero meno. Verrebbe meno la loro degenerazione in centri di potere e pressione politica interna alla magistratura. Le correnti tornerebbero ad essere ciò per cui sono nate: raggruppamenti di magistrati con sensibilità culturali e ideologiche affini con l’obiettivo di approfondire culturalmente l’interpretazione delle norme. Oggi le correnti appaiono come aggregazioni fortemente connotate sul piano politico, all’interno delle quali la gestione degli incarichi, dei trasferimenti e delle promozioni rischia di essere percepita come frutto di logiche di appartenenza più che di valutazioni esclusivamente meritocratiche. Non è ancora chiaro come la legge ordinaria definirà i criteri per l’individuazione dei magistrati sorteggiabili, ma è plausibile che vengano previsti requisiti stringenti, quantomeno in termini di anzianità di servizio e di assenza di pendenze disciplinari. Il fatto che tale disciplina sia rimessa alla legislazione ordinaria rappresenta, a mio avviso, un elemento positivo, perché consentirà al legislatore di intervenire con maggiore flessibilità per introdurre eventuali correttivi necessari a garantire il miglior funzionamento del Csm.

Credo fermamente che la separazione delle carriere sia una scelta di coerenza con il modello del giusto processo delineato dall’art. 111 della Costituzione. Distinguere e separare la carriera del giudice da quella del pubblico ministero significa rafforzare la terzietà del primo e garantire un’effettiva parità tra le parti nel processo. Questa riforma rappresenta una battaglia storica della giovane Avvocatura, che tutela i cittadini e rende l’ordinamento giudiziario più chiaro ed equilibrato. 

 

 

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