Manzoni rimandato?
Il rischio è perdere la lingua (e qualcosa di più)
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C’è un’idea che circola nei corridoi del Ministero dell’istruzione: spostare lo studio de “I Promessi Sposi” all’ultimo anno del liceo. Un rinvio tecnico, apparentemente innocuo. Ma il segnale è forte, e non piace a molti. Tra questi, il Prof. Alessandro Barbelo, storico illustre, primo firmatario di un appello di professori universitari, e l’Unione Monarchica Italiana, associazione politico-culturale che in un comunicato alla stampa parla, senza mezzi termini, di scelta sbagliata e culturalmente pericolosa .
Il Professor Barbero e gli altri professori universitari che hanno firmato l’appello dal titolo “Un libro per tutti: teniamo I Promessi Sposi al secondo anno del liceo” spiegano con ragioni didattiche e contenutistiche il perché della necessità di non fare cambiamenti. Il tema della collocazione del grande classico del Manzoni non è di oggi perché se è vero che ha un valore colossale nella letteratura e nella storia nazionale, c’è il rischio che ad un teenager diciassettenne appaia noioso e addirittura retorico, cosa che non è, e che la modernità della sua lingua si finisca per non percepirla come si dovrebbe. Ragioni che comunque non sono sufficienti a spostare o rimuovere il Manzoni dal curriculum del biennio del liceo.
I professori apprezzano che la Commissione incaricata di rivedere i programmi si sia dimostrata “consapevole della complessità del sistema scolastico e dello stato di emergenza educativa in cui ci troviamo” ed abbia riconosciuto “la centralità del testo letterario e dell’importanza formativa della lettura”.
Il documento dei professori di fronte al suggerimento che “nel secondo anno (del primo biennio) dei licei l’insegnante possa (non debba) sostituirla con quella di un altro libro, meno complesso” ricorda che già “illustri scrittori (tanto per citarne due, Italo Calvino e poi Andrea Camilleri) si erano espressi contro la sostituzione dei Promessi sposi con altri libri”.
La questione più delicata riguarda la collocazione al quarto anno, in cui, citiamo dal testo, “si potranno leggere per brani, oltre alla Commedia e alle altre opere dantesche (Vita Nuova, Rime, Convivio), le opere maggiori di autori come (l’elenco è solo indicativo) […] Marino, Galileo, Metastasio, Goldoni, Da Ponte, Parini, Alfieri, Foscolo, Manzoni [perché non ha scritto solo I promessi sposi], Leopardi”. Con il rischio di limitare la lettura ad uno o due capitoli, garantendo “una conoscenza parziale, in contraddizione con l’importanza che si assegna al romanzo”. Ne deriverebbe una cultura letteraria sul modello dei libri di Selezione del Reader’s digest.
“Riteniamo perciò che mantenere ferma e costante la lettura, non necessariamente integrale, ma molto ampia, dei Promessi sposi al secondo anno del primo biennio dei licei sia ancora la scelta più ragionevole”.
Infatti:
Non è solo un romanzo, è una palestra
“I Promessi sposi” non è un libro qualunque. È il banco di prova della lingua italiana. È il luogo dove uno studente misura davvero quanto sa leggere, capire, argomentare. Rimandarlo significa rinviare quell’allenamento quando ormai il tempo è poco e l’esame di maturità è dietro l’angolo.
Studiare Manzoni presto, invece, cambia il ritmo: costringe a crescere. Non si tratta di “capire tutto subito”, ma di iniziare un confronto che dura anni. È lì che si costruisce il lessico, si affina la sintassi, si impara a pensare con precisione.
Spostarlo in fondo al percorso rischia di trasformarlo in un obbligo da smaltire, non in un’esperienza formativa.
Il grande equivoco della “difficoltà”
L’obiezione: il testo è difficile. Meglio aspettare.
Ma è proprio questo il punto critico. Se la scuola rinuncia ai testi complessi perché complessi, cosa resta? Il comunicato dei monarchici lo dice chiaramente: è una resa .
La difficoltà, in realtà, è lo strumento. Senza attrito non c’è apprendimento. E Manzoni funziona esattamente così: all’inizio spiazza, poi struttura il pensiero. È un passaggio che non si può comprimere negli ultimi mesi di liceo.
Una storia che parla ancora
Non è solo questione di lingua. Dentro il romanzo ci sono guerra, epidemie, ingiustizie, potere. C’è la paura collettiva e c’è la responsabilità individuale.
Temi che non hanno bisogno di attualizzazioni forzate: parlano già da soli. Leggerli presto significa avere strumenti per capire anche il presente. Rimandarli significa privarsi di una chiave interpretativa proprio negli anni in cui si forma lo sguardo sul mondo.
Personaggi, non figurine
Renzo non è solo un protagonista. È un giovane che si scontra con un sistema che non funziona. Lucia non è solo una vittima: è una figura di resistenza morale. L’Innominato è il volto del potere che cambia.
Sono personaggi che funzionano come specchi. E gli specchi servono prima, non dopo. Servono quando si costruisce un’identità, non quando la si deve solo certificare con un esame.
La posta in gioco è più alta
Nel comunicato dei monarchici si invita il Ministro Valditara a ripensare la scelta . Ma al di là della decisione politica, il nodo è culturale: che scuola vogliamo?
Una scuola che semplifica per non perdere studenti, o una scuola che li porta più in alto, anche a costo di chiedere di più?
Rimandare è davvero neutrale?
A prima vista sì. In realtà no. Spostare Manzoni in fondo significa ridurne il peso. Significa dire, implicitamente, che si può anche fare dopo.
E invece no. Perché alcune cose funzionano solo se arrivano al momento giusto. La lingua, il pensiero critico, la capacità di stare dentro un testo lungo e complesso: sono competenze che richiedono tempo.
In sintesi
Rimandare Manzoni non è solo una scelta didattica. È una scelta di modello.
Anticiparlo significa investire. Rimandarlo significa adattarsi.
E tra le due opzioni, la differenza si vedrà — inevitabilmente — non nei programmi, ma negli studenti.
Il ministro Giuseppe Valditara ha ringraziato il professor Barbero e i suoi colleghi per il loro contributo al dibattito sulle Indicazioni nazionali ed apprezzato “l’amore per il Manzoni, che personalmente – ha aggiunto – giudico rappresentativo di una visione valorialmente alta, ancora molto attuale”. Auspicando, altresì, “che si aprisse un grande dibattito culturale sulle intere Indicazioni: sulla “rivoluzione della matematica”, sul “ritorno” della geografia, sulla nuova prospettiva per lo studio della filosofia, sulla educazione al rispetto e all’empatia, e su tutte le altre innovazioni, che sono contenute nel corposo lavoro della commissione ministeriale”.
Ed ha concluso manifestando la speranza che “si colga questa importante occasione per parlare dell’alto ruolo culturaleche la scuola è chiamata a svolgere”.
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