Anno: XXVIII - Numero 180    
Mercoledì 23 Settembre 2026 ore 13:30
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La scuola degli equivoci

Mattarella richiama la scuola all’inclusione, ma l’integrazione impone regole, lingua, rispetto e sicurezza.

La scuola degli equivoci

La scuola prepara tutti, è aperta a tutti. Così dispone l’articolo 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Così Sergio Mattarella, in occasione della inaugurazione dell’anno scolastico, ieri, ad Amatrice, la città devastata dal terremoto che dieci anni fa ha fatto tremare vaste aree dell’Italia centrale.

Parole certamente da sottoscrivere, quelle del Capo dello Stato, ma da interpretare, non per spiegarne il pensiero ma per calarlo nella realtà e per evitare che le giuste argomentazioni divengano arma della polemica politica da parte di chi ha ritenuto indicasse “una scuola molto diversa e lontana da quella di Roberto Vannacci, che ha sostenuto l’idea di classi separate e differenziate e nel cui programma per le Politiche c’è il rifiuto “categorico” dello ius scholae (la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana dopo aver completato un ciclo di studi nel nostro Paese, ndr)”, come ha scritto Monica Guerzoni che ha seguito per il Corriere della Sera la trasferta e il discorso del Capo dello Stato. Che, pur senza riferimenti diretti all’annuncio della premier Giorgia Meloni, di un decreto legge per imporre il divieto del burqa in classe e per il tetto ai ragazzi stranieri nelle aule italiane, parla di una scuola che sappia “includere, recuperare, ricostruire”. E che ha individuato nel discorso di Mattarella “diversi punti di contatto” con il messaggio del cardinale Matteo Zuppi a studenti e insegnanti il quale ha sostenuto che “una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”. Aggiungendo che “non possiamo accettare che il luogo di nascita determini le opportunità di apprendimento”.

Fin qui la cronaca.

È evidente che la scuola ha un ruolo importante per sconfiggere le diseguaglianze educative all’interno della nostra società, sia per gli italiani che per quanti sbarcano nel nostro Paese. In condizioni diverse, naturalmente apprezzabili dalla classe politica ma non sempre apprezzate. Se anche Massimo Franco, raffinato commentatore delle vicende della politica, ritiene che le agende dei partiti si stanno piegando all’”effetto Vannacci”, a destra e a sinistra. A cominciare dalla premier Giorgia Meloni che ha preannunciato di vietare il burqa e limitare la presenza di alunni musulmani nelle scuole. Insomma una decisione tipo “non passa lo straniero”, per richiamare lo slogan che si è letto a Pontida. E si è evocato senza mezzi termini il fantasma del razzismo, implicitamente condannato dal Capo dello Stato per il quale la scuola “è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi“.

Il tema è di quelli divisivi. E poiché “tira” politicamente viene affrontato semplicisticamente facendo leva più sui sentimenti che sulla ragione che dovrebbe sempre guidare le scelte di interesse generale. Ed allora è certo che la scuola non deve creare “ghetti” ed è proprio a quei fini che è necessario prevedere una equilibrata presenza di studenti di origine straniera in numero capace di assicurare integrazione con gli italiani, cosa che non accadrebbe in “classi ghetto con 20 bimbi stranieri, di 15 etnie diverse”. Che per Matteo Salvini avranno naturalmente difficoltà ad integrarsi. Resteranno chiusi nel loro mondo, vincolati alle loro tradizioni, anche perché non si deve dimenticare che quegli studenti, se non si confrontano con i loro colleghi italiani, sono condizionati dalle loro famiglie che, sappiamo, sono legate alle usanze e alla cultura del paese di provenienza. Per cui giustamente il Ministro Valditara ha previsto corsi di italiano per i genitori, perché soltanto la conoscenza della nostra lingua consentirà di apprezzare le nostre tradizioni e la nostra cultura e di integrarsi nella nostra società, anche senza tagliare le radici con le tradizioni della società di provenienza. Cosa comunque non facile, come l’esperienza insegna, se si considerano episodi significativi a tutti noti. Senza far cenno alle situazioni estreme, ma diffuse, di famiglie che hanno limitato la libertà dei figli e soprattutto delle figlie attirate dalla moda occidentale, desiderose di frequentare italiani e magari di fidanzarsi o sposarsi con un nostro connazionale, ricordo il caso delle ragazze musulmane di una scuola italiana che, invitate a partecipare ad un minuto si silenzio in ricordo delle vittime del Bataclan, si sono rifiutate di alzarsi in piedi in segno di omaggio. Evidentemente non erano disposte a condannare l’azione criminale dei terroristi.

L’integrazione è difficile ma nondimeno va perseguita. Con determinazione ma con la consapevolezza che non è sufficiente un ciclo di studi se poi a casa gli stessi che hanno studiato i principi della nostra costituzione liberale sentono rivendicare il valore preminente della civiltà del paese di provenienza ritenuto superiore a quello dell’occidente corrotto che consente alle donne di usare la minigonna, di esibire i capelli e di indossare abiti che ne sottolineano le forme.

Gli italiani non sono razzisti. Da Roma, lungo i secoli hanno sempre accolto persone e comunità provenienti da ogni parte del mondo. Sarà la storia inclusiva di Roma, sarà lo spirito cristiano che permea la nostra cultura, ma non abbiamo mai guardato al colore della pelle e alla religione professata. Ma pretendiamo rispetto per le nostre tradizioni, come noi rispettiamo quelle dei paesi che visitiamo come turisti o nei quali ci rechiamo per motivi di lavoro o di studio. Su questo non si può transigere. Non si può ammettere la prepotenza di chi abbatte o deturpa un simbolo civile o religioso. Anche la violenza di chi è abituato ad esercitarla a casa propria va senza tentennamenti contrastata. E chi commette reati deve essere immediatamente espulso dall’Italia, anche per rispetto di quanti volentieri si integrano.

La scuola, dunque, ha un ruolo importante ma non decisivo. La famiglia e la comunità di appartenenza devono fare la loro parte.

E questo atteggiamento è conforme alla Costituzione e alle leggi. E non è “di destra” né la tolleranza irresponsabile è “di sinistra” perché la sicurezza, che è al fondo di queste considerazioni, interessa tutti. Con un’avvertenza che certi fenomeni di violenza e di intolleranza vanno repressi immediatamente perché non c’è niente di più pericoloso che lasciar correre ed essere costretti ad intervenire quando non se ne può più, quando si verificassero forme di autodifesa che non spettano ai cittadini singoli o associati. La saggezza di chi governa sta proprio nel percepire i fenomeni e decidere di intervenire per tempo.

Tornando, a conclusione di queste considerazioni, al tema della scuola è evidente che la regola che si vuole introdurre di un rapporto tra studenti italiani e stranieri potrà essere risolto con buon senso, quello al quale ha dimostrato di voler ricorrere il Ministro Valditara che ha  previsto uno stanziamento di alcuni milioni per assumere docenti e così potenziare l’apprendimento dell’italiano per gli stranieri. Infine, intervistato da Gianna Fregonara il Ministro, a proposito del fenomeno del white flight, “letteralmente la fuga dei bianchi” (dalle scuole ad alta presenza di alunni stranieri, ndr), ha detto di essere molto preoccupato: “c’è a livello mondiale ma riguarda anche l’Italia. Se riduciamo a percentuali equilibrate la presenza di studenti che non parlano la nostra lingua, gli altri studenti potrebbero tornare”. Per concludere che prevedere il divieto di burqua e niqab “è una questione di civiltà, mi dispiace per chi fa polemiche, ma il burqa è il simbolo della mentalità patriarcale violenta che considera la donna una non persona… I nostri valori dicono che la libertà della donna non è negoziabile”.

 

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