Anno: XXVIII - Numero 160    
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La profezia di Joseph Ratzinger

L’odio di sé dell’Occidente.

La profezia di Joseph Ratzinger

Ci sono parole che appartengono al momento nel quale vengono pronunciate e altre che, con il trascorrere degli anni, acquistano una forza ancora maggiore. Tra queste vi sono certamente quelle pronunciate dal cardinale Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI, il 13 maggio 2004 al Senato della Repubblica, nel corso di una profonda riflessione sull’Europa, sulla sua identità e sulle sue radici.

Ratzinger utilizzò un’espressione destinata a rimanere nella storia del pensiero contemporaneo: «odio di sé dell’Occidente».

Non era un’affermazione politica né una semplice difesa confessionale del cristianesimo. Era una riflessione culturale molto più profonda.

Ratzinger vedeva nell’Occidente una singolare contraddizione: mentre cresceva, giustamente, l’attenzione verso le culture, le religioni e le tradizioni degli altri popoli, contemporaneamente sembrava diminuire la capacità dell’Europa di riconoscere, rispettare e perfino amare la propria storia.

L’Occidente sembrava quasi vergognarsi delle proprie radici.

E tra queste radici vi è inevitabilmente il Cristianesimo.

Si può essere credenti oppure non credenti. Si può avere una concezione religiosa o laica della vita. Ma difficilmente si può comprendere la storia dell’Europa cancellando duemila anni di cristianesimo.

Le nostre città, le cattedrali, l’arte, la musica, la letteratura, il pensiero filosofico, le università, le istituzioni assistenziali e una parte essenziale della nostra stessa concezione della dignità della persona sono state profondamente attraversate dalla cultura cristiana.

Negarlo non significa essere più moderni. Significa semplicemente amputare una parte della nostra memoria.

Ratzinger aveva colto con grande lucidità un rischio: il rispetto dell’altro non può trasformarsi nel disprezzo di sé.

Una società autenticamente aperta non deve avere paura delle proprie radici. Accogliere altre culture non significa cancellare la propria. Rispettare altre religioni non significa considerare irrilevante o addirittura imbarazzante quella che ha accompagnato per secoli la storia del nostro continente.

Ed è proprio qui che il pensiero di Ratzinger appare oggi straordinariamente attuale.

In nome di una concezione talvolta esasperata della neutralità, si arriva a discutere della presenza del crocifisso, dei presepi, delle festività cristiane, delle tradizioni religiose e persino delle parole con le quali per generazioni abbiamo espresso la nostra cultura.

Naturalmente una società democratica deve garantire pienamente la libertà di coscienza, il pluralismo religioso e il diritto di non credere. La laicità dello Stato è una conquista fondamentale. Ma laicità non significa cancellazione della storia.

Uno Stato laico non deve imporre una fede. Ma neppure dovrebbe pretendere che una società dimentichi ciò che è stata.

Esiste una differenza enorme tra la libertà religiosa e la rimozione religiosa; tra il rispetto di tutte le culture e la rinuncia alla propria; tra il pluralismo e l’oblio.

Il grande insegnamento di Ratzinger sta forse proprio qui.

Per dialogare veramente con gli altri bisogna sapere chi siamo.

Un’Europa senza memoria rischia di diventare un continente economicamente organizzato ma spiritualmente disorientato. Una comunità può avere moneta, istituzioni, regole e mercati comuni, ma senza una memoria condivisa rischia di perdere progressivamente la propria anima.

Per questo le parole di Joseph Ratzinger non devono essere lette come un invito alla chiusura.

È vero esattamente il contrario.

Chi possiede un’identità consapevole non ha bisogno di temere quella degli altri. Può incontrarla, rispettarla e comprenderla senza sentirsi minacciato.

L’Europa deve continuare ad essere terra di libertà, accoglienza, pluralismo e confronto. Ma deve avere anche il coraggio di pronunciare una parola che troppo spesso sembra diventata scomoda: radici.

Le radici cristiane dell’Europa non appartengono soltanto ai credenti.

Appartengono alla storia.

Difenderne la memoria non significa imporre il cristianesimo a qualcuno. Significa semplicemente rifiutare che, in nome della modernità, venga cancellata una parte fondamentale di ciò che siamo diventati.

A distanza di oltre vent’anni, quell’espressione di Ratzinger — «odio di sé dell’Occidente» — continua quindi a interrogarci.

Forse il problema dell’Occidente non è soltanto economico, politico o demografico.

Forse è anche un problema di memoria, identità e fiducia in sé stesso.

Un popolo che dimentica le proprie radici difficilmente può comprendere il proprio presente e ancora più difficilmente può costruire consapevolmente il proprio futuro.

Non dobbiamo avere paura della nostra storia.

Dobbiamo conoscerla, comprenderla, riconoscerne anche gli errori, ma senza vergognarci di ciò che di grande essa ci ha consegnato.

Perché rispettare gli altri non significa smettere di rispettare noi stessi.

E forse è proprio questo il messaggio più attuale lasciatoci da Joseph Ratzinger: l’Occidente non ha bisogno di rinnegarsi per essere aperto al mondo. Ha bisogno, invece, di ritrovare la propria memoria per poter incontrare il mondo senza perdere sé stesso.

dell’Avv. Giuseppe Gugliuzza

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