Il ritorno alla leva militare
Un investimento sui giovani, non solo sulla difesa.
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Il tema della leva militare obbligatoria è tornato da tempo al centro dell’agenda politica , non soltanto per i venti di guerra che continuano a soffiare ai confini del Continente, al Nord, nel bacino del Mediterraneo e negli stretti laddove si svolge buona parte del trasporto merci internazionale, a cominciare dal petrolio.
C’è chi sottolinea come il servizio militare abbia svolto tradizionalmente anche un ruolo di screening sanitario della popolazione insieme ad un addestramento fisico e professionale oltre ad attuare una socializzazione e conoscenza del territorio certamente prezioso anche in rapporto a giovani figli di immigrati che abbiano ottenuto la cittadinanza italiana. L’Italia, inoltre, si dimostra sempre più fragile quanto alla difesa del territorio non presidiato a sufficienza come dimostrano gli effetti dei periodici e sempre più violenti eventi atmosferici. Un ruolo sistematicamente trascurato dai vertici militari che sono fin qui apparsi scarsamente sensibili ad un ruolo di difesa dell’ambiente e dei beni pubblici, come i musei e le aree archeologiche, prezioso retaggio della nostra storia. Tutti effetti che vanno considerati, insieme ai costi di un sistema militare di massa certamente rilevanti.
In Germania il ministro della Difesa Pistorius ha evocato il 2026 come possibile data di reintroduzione del servizio obbligatorio, mentre la Cdu chiede di prepararsi a un ritorno non più solo volontario del servizio militare. La Croazia ha già fatto il passo: il 9 marzo 2026 circa ottocento giovani sono entrati nelle caserme di Knin, Slunj e Pozega per l’addestramento di base, dopo diciotto anni dalla sospensione della leva, approvata dal Parlamento su iniziativa del governo Plenković.
In Italia, pur restando distante da un ripristino generalizzato, il governo ha varato un decreto per ampliare il personale militare a 160mila unità entro il 2033, in un quadro che porta la spesa per la difesa nel 2026 a sfiorare i 34 miliardi di euro.
La proposta più organica di reintroduzione della leva in Italia porta la firma della Lega. Il servizio militare obbligatorio nel nostro Paese nacque nel 1861 con l’unificazione del Regno, proseguì per 143 anni e fu sospeso dal 1° gennaio 2005 con la legge Martino, che sostituì l’obbligo con il reclutamento volontario. Da allora l’articolo 52 della Costituzione, che sancisce il dovere di difesa della Patria, definito “sacro”, resta temperato dalle modalità stabilite dal legislatore. Il 15 maggio 2024 il deputato Eugenio Zoffili ha presentato alla Camera una proposta per l’istituzione di un servizio militare e civile universale territoriale di sei mesi, per i cittadini tra i 18 e i 26 anni, con opzione tra formazione militare e impiego civile, da svolgere preferibilmente nella regione di residenza.
La proposta ha incontrato reazioni contrastanti anche dentro la maggioranza: la segretaria del Pd Elly Schlein ha replicato di preferire “nelle mani dei giovani il futuro e non un fucile”, mentre lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani ha giudicato l’operazione troppo onerosa, e il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte avvertito che le Forze Armate non possono essere pensate come un luogo per educare i giovani.
I sostenitori della reintroduzione insistono su un punto che va oltre la sicurezza nazionale: il servizio come palestra di competenze trasferibili al mondo del lavoro. Lo stesso Salvini ha definito la proposta “una forma di educazione civica al servizio della comunità, di disciplina, di attenzione al prossimo e rispetto per se stessi e per gli altri”. L’argomento, ripreso da chi propone il modello civile-militare, è che un percorso strutturato di alcuni mesi possa offrire ai giovani — specie a quelli più lontani da percorsi scolastici o lavorativi solidi, i cosiddetti NEET — una prima esperienza di disciplina organizzativa, lavoro di squadra, gestione dello stress e responsabilità verso obiettivi collettivi: competenze che il mondo del lavoro richiede sempre più esplicitamente e che la sola istruzione scolastica non sempre trasmette.
In alcuni modelli esteri, come quello israeliano richiamato dalla proposta di Nino Minardo di Forza Italia, il servizio funge anche da bacino di reclutamento per competenze tecniche e informatiche successivamente spendibili nel settore civile.
Sul piano della salute, chi sostiene la reintroduzione richiama il progressivo peggioramento della forma fisica delle nuove generazioni, cresciute in una sedentarietà favorita da stili di vita digitali: un periodo di attività fisica strutturata, controlli medici sistematici e disciplina alimentare in un contesto collettivo viene presentato come un’occasione di prevenzione, oltre che di formazione.
È un argomento che va maneggiato con cautela metodologica: la letteratura scientifica su questo specifico nesso — servizio di leva e salute psicofisica dei giovani nel lungo periodo — resta limitata e non consente conclusioni definitive, per cui l’argomento va inteso come ipotesi plausibile più che come dato consolidato.
Il principale limite pratico resta quello delle risorse di bilancio occorrenti. Un ritorno alla leva obbligatoria richiederebbe un investimento annuale stimato in circa 15 miliardi di euro per soli sei mesi di servizio, una cifra — peraltro non aggiornata all’inflazione più recente — che per Tajani renderebbe l’operazione insostenibile nell’attuale sistema. A questo si somma la valutazione più operativa dei vertici militari: secondo il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, il vero fabbisogno italiano si misura in un incremento dell’organico fra le 40-45mila unità, per un modello in chiave Nato fra le 133-138mila unità — un obiettivo che punta sul reclutamento professionale mirato più che su una leva di massa.
Le critiche alla reintroduzione della leva, tuttavia, non si limitano al costo. Sul piano dei principi, si contesta che destinare mesi di vita di una generazione a un obbligo non scelto sottragga tempo prezioso a percorsi di studio e di lavoro già segnati da ritardi strutturali rispetto ai coetanei europei, e che l’argomento formativo-sanitario rischi di essere un abito posticcio su una scelta dettata in realtà da esigenze di difesa e di consenso politico.
Si osserva inoltre che la leva obbligatoria può risultare discriminatoria nei fatti: chi dispone di risorse economiche e familiari trova più facilmente margini per attenuarne l’impatto sul proprio percorso lavorativo, aggravando disuguaglianze già esistenti. Infine, gli stessi vertici della Difesa italiana avvertono contro la tentazione di caricare le Forze Armate di una missione pedagogica che non è la loro, preferendo un modello di reclutamento volontario e professionalizzato capace di rispondere meglio alle esigenze operative contemporanee, dominate da competenze tecnologiche più che da addestramento di massa.
Per concludere questa panoramica delle iniziative assunte e delle ipotesi allo studio diamo conto dell’esperienza del servizio militare in Svizzera, paese da sempre neutrale nel quale, le Forze armate costituiscono, tuttavia, un pilastro dell’identità elvetica
La Svizzera resta uno dei pochi paesi europei ad aver mantenuto un sistema di leva obbligatoria strutturato e capillare, fondato sul principio della “milizia”: un esercito composto in larga parte da cittadini che, terminata la formazione iniziale, tornano alla vita civile mantenendo l’equipaggiamento a casa propria e restando disponibili per richiami periodici fino a un’età prestabilita.
L’articolo 59 della Costituzione federale sancisce che ogni cittadino svizzero di sesso maschile è soggetto al servizio militare, mentre per le donne l’arruolamento resta volontario. Il servizio obbligatorio si applica dai 18 ai 30 anni (con possibilità di proroga fino ai 40 per determinati gradi), e prevede una scuola reclute iniziale di circa 18-23 settimane, seguita da corsi di ripetizione annuali distribuiti nell’arco di un decennio.
Chi non presta servizio militare, per inidoneità fisica o psicologica accertata, è tenuto a versare una tassa d’esenzione, calcolata sul reddito, fino al compimento del trentesimo anno d’età. Il servizio civile, alternativo a quello militare, è invece riservato a chi obietta per motivi di coscienza e comporta un periodo di prestazione più lungo rispetto a quello militare, secondo un principio di equivalenza degli oneri.
Il sistema svizzero si distingue da quello della maggior parte degli eserciti europei professionali per la sua natura diffusa: non esiste una separazione netta tra società civile e apparato militare, poiché gran parte della popolazione maschile adulta ha attraversato una formazione militare e continua, per anni, a essere richiamata periodicamente. Questo modello riflette una concezione della difesa nazionale come responsabilità collettiva, radicata nella tradizione storica della Confederazione e nella sua impostazione federalista e diretta-democratica.
L’arma personale, un tempo conservata a casa da ogni soldato anche dopo il congedo dal servizio attivo, è oggi soggetta a regole più restrittive: dal 2007 la munizione non viene più distribuita insieme all’arma, e chi desidera mantenere il fucile d’ordinanza dopo il servizio deve richiedere un permesso specifico.
Nonostante le trasformazioni geopolitiche e i dibattiti ricorrenti sulla professionalizzazione dell’esercito, il popolo svizzero ha più volte confermato, tramite referendum, la propria adesione al modello di milizia e alla leva obbligatoria, respingendo proposte di abolizione. Questo esito riflette non tanto un afflato militarista, quanto la persistenza di un’idea di neutralità armata e di autosufficienza difensiva che affonda le radici nella storia della Confederazione, dalla battaglia di Morgarten fino alla mobilitazione generale delle due guerre mondiali, quando la Svizzera restò formalmente fuori dai conflitti ma tenne comunque mobilitate ampie porzioni della popolazione.
Negli ultimi anni l’esercito svizzero affronta difficoltà di reclutamento e problemi di effettivi, aggravati dal calo demografico e dalla crescente scelta del servizio civile da parte di una quota significativa di giovani. Il dibattito pubblico si interroga periodicamente sull’opportunità di estendere l’obbligo di leva anche alle donne, sinora escluse dal servizio militare obbligatorio, e sulla necessità di modernizzare un sistema pensato in gran parte per scenari di difesa territoriale piuttosto che per le minacce contemporanee, ibride e cibernetiche.
Resta tuttavia un dato di fondo: il servizio militare in Svizzera non è soltanto un dispositivo di difesa, ma un elemento strutturale della coesione sociale elvetica, un luogo di incontro tra cantoni, lingue e classi sociali diverse, in un paese che ha fatto della diversità gestita attraverso istituzioni condivise uno dei propri tratti distintivi.
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