Il nuovo governo e la previdenza
Abbiamo avuto quota 100 cioè una prestazione economica, a domanda, ai lavoratori dipendenti e autonomi che maturavano, nel periodo compreso tra l’01.01.2019 e il 31.12.2021, i requisiti prescritti dalla legge.
Le domande accolte secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio sono state 380.000 al di sotto di quelle attese, con una spesa stimata in 23 miliardi rispetto ai 33,5 stimati nel d.l. n. 4/2019. Poi abbiamo avuto quota 102 cioè una prestazione economica erogata, a domanda, ai lavoratori dipendenti e autonomi che maturano entro il 31.12.2022, un’età anagrafica di almeno 64 anni di età e un’anzianità contributiva minima di 38 anni. Secondo i report della Ragioneria Generale dello Stato, il ricorso in via permanente a quota 102 produrrebbe un aumento significato del rapporto spesa pensionistica / PIL con un picco nel 2042.
Il nuovo Governo di centro-destra si troverà in mano questa patata bollente. La Lega nel suo programma ha quota 41, cioè consentire il pensionamento anticipato con 41 anni di contribuzione, a prescindere dall’età e senza penalizzazioni.
Secondo i calcoli dell’Inps quota 41 sarebbe molto costosa con una partenza di 4,3 miliardi nel 2023 per arrivare, nel corso di un decennio, a 75 miliardi. Com’è già avvenuto per quota 100, anticipare l’uscita dal lavoro non garantisce la sostituzione nel mercato del lavoro con i giovani.
Fratelli d’Italia, per superare la Legge Fornero, pensa alla cd. opzione uomo che prevede l’uscita dal lavoro già a 58-59 anni con 35 anni di contribuzione ma con una penalizzazione del 30% della pensione. Per l’Inps l’opzione uomo andrebbe nella giusta direzione ma per il Segretario del CGIL «mandare in pensione le persone riducendo l’assegno non mi pare una grande strada percorribile».
Le casse sono vuote e ci sono molte altre priorità. Vedremo che succederà.
Tratto da Diritto & Giustizia
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