Anno: XXVIII - Numero 165    
Mercoledì 2 Settembre 2026 ore 13:30
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Ranucci perde la reputazione: la vera fine di Report

La parola d’ordine è “salvate Report”. Ma la trasmissione porta le impronte digitali del suo ex conduttore, e dei suoi scolari.

Ranucci perde la reputazione: la vera fine di Report

È impressionante la miseria umana che esce a fiotti dalla storia e controstoria dell’estate di Ranucci&Lavitola. C’è un eroe della purezza che ha raccontato al mondo le malefatte degli altri, il quale non poteva che rimanere abbagliato dall’altro suo simile, capace di abbattere belve feroci non ad armi pari, perché agli animali non veniva fornito il fucile da centomila dollari. Due anime gemelle, Sigfrido Ranucci e Walter Lavitola, bravi a mettere le mani nella melma.

Andrei a cena con Totò Riina, dice l’uno, mentre l’altro era stato bravo a ricattare il numero uno, Silvio Berlusconi. La scuola di Report sempre sullo sfondo. Il luogo dove i giovani imparavano a catturare la preda, a sussurrarle all’orecchio (imperdibile la storia della dottoressa di Modena raccontata sul Giornale), poi a finirla, infine a divorarne piano piano le spoglie. Che cosa ci si poteva aspettare, dai ragazzi della scuola, a partire da venerdì scorso, con l’allontanamento di Ranucci dalla conduzione della sua trasmissione e la collocazione al suo posto di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi?

I ragazzi e le ragazze, ranuccini e ranuccine di sicura fede, non avrebbero potuto fare altro se non ripetere la lezione imparata. Nella giungla dell’orgoglio professionale di appartenere alla “prima trasmissione d’inchiesta d’Italia (del mondo, secondo il verbo di Sig)”, fotocopia di quella in cui Lavitola faceva affari e godeva nell’assassinio di esseri innocenti, per quanto lo si possa essere, secondo lui, a quattro zampe. Per niente scandalizzati del fatto che si potesse collocare una bomba per aiutare un amico a far crescere carriera, reputazione e visibilità, i ragazzi e le ragazze della scuola, neanche fossero allievi di Landini invece che del Primo Giornalista d’Inchiesta italiano (forse mondiale), si sono messi a giocare al sindacato e a spartirsi i posti.

Sigfrido Ranucci trattato come una qualsiasi dottoressa di Modena dal suo pupillo Giorgio Mottola (tu quoque Brute), che prima gli dà la legnata e poi lo abbraccia. E lui che morde il freno perché questo clima da nemesi storica, chi la fa l’aspetti, non lo aveva proprio previsto. Mentre lascia agli avvocati giuslavoristi il compito di fargli sognare una causa miliardaria, si domanda forse dove siano finiti tutti quei bravuomini e bravedonne in toga che si spellavano le mani mentre lui vantava le sue duecento querele. E chissà oggi, finita la luna di miele, che sorte avranno quei processi. Il mondo intanto gli gira intorno.

E la parola d’ordine di una sinistra sempre più in crisi di cultura oltre che di identità, non è “salvate Ranuccci” ma “salvate Report”. Ma la trasmissione porta le impronte digitali del suo ex conduttore, e gli scolaretti non sono all’altezza. Sanno solo bisbigliare all’orecchio e poi colpire alle spalle, come ha insegnato il maestro. E quando lui per primo colpirà al cuore come scelta inadeguata quella della nomina alla conduzione, da parte dei vertici Rai, di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, loro interpretano il verbo del maestro come un via libera alla guerra totale. Prima l’invito, neanche garbato, a fare subito un passo indietro con il gran rifiuto, poi i colpi alla schiena nel più puro stile Report.

Di Presutti, in quanto donna, si va subito a rivangare quell’episodio di pruderie insieme a una collega e il suo compagno. Lei li aveva denunciati per avances non gradite, ma l’inchiesta era finita con l’archiviazione. Ma il vero peccato mortale della giornalista è quello di esser stata fotografata proprio sul luogo del delitto, il ristorante del cacciatore Lavitola. Lei sente subito il bisogno di doversi giustificare, sono andata una volta sola e con una tua amica, caro Sig. Ma sa bene, come lo sanno tutti quelli sbranati dalla scuola di Report, che la sua spiegazione non sarà degna di notizia. Così sarà, il maestro Ranucci la molla subito, anche a costo di dover smentire La Repubblica. «Non le ho mai detto di andare da lui per motivi di lavoro. Ho saputo solo in seguito che è andata altre volte da sola per dei progetti di cui non sono mai stato messo a conoscenza. Fatto verificabile anche attraverso le chat sequestrate sul telefono di Lavitola». Colpita e affondata.

Anche perché le chat, non solo quelle del cacciatore, sono uno strumento che Ranucci governa molto bene, tanto da aver minacciato, già dai primi giorni dell’inchiesta su Lavitola, di renderne pubbliche un bel pacchetto, magari a rate. Del resto il suo cellulare non è stato mai posto sotto sequestro (in passato altri, se pur non indagati, non hanno avuto questo privilegio), è a sua disposizione, qualunque uso l’ex conduttore intenda farne. Non ha mai lesinato, la scuola di Report, né su amicizie, parentele o frequentazioni delle persone da indagare. Indagare dopo che la tesi accusatoria era già pronta e precostituita, naturalmente.

È lo stile che Ranucci oggi rimprovera agli altri. Se non ci fosse di mezzo la storia della nemesi, avrebbe anche ragione. Un po’ è così, e si sa che la vendetta è un piatto che va servito freddo. Sui giornali sornioni che sono sempre stati dall’altra parte, e dalla penna di chi non vedeva l’ora. Si rispolvera l’affare Renzi-Mancini e l’autogrill dell’autostrada. Report aveva o no rapporti con i servizi? C’è anche un piccolo Me-Too locale, con inviti a tarda sera per aspiranti collaboratrici. Ma benedette ragazze, avrebbero detto le nostre nonne, non potevate denunciare subito, invece di aspettare quando il presunto seduttore è in difficoltà? Ma lo è davvero? Certo, non pare proprio un battaglione invincibile quello di Giulia Innocenzi, l’ex pupilla di Santoro, e degli altri inviati, i quali giurano che se ne andranno se non rientreranno subito le nomine di Presutti e Piervincenzi. Vediamo come la metteranno con le penali per violazione di contratti.

La dirigenza Rai sembra decisa, Ranucci attende di poter incassare, magari con la reintegrazione al proprio posto di lavoro, il suo aiutino alle toghe sulla campagna per il No alla riforma costituzionale della giustizia. Ma una battaglia l’ha già persa, e insieme a lui le ragazze e i ragazzi della sua scuola, ed è quella della reputazione. Ormai tutti hanno capito che tra l’immagine di Walter Lavitola con il piede schiacciato sulla testa del leone da lui assassinato e quella di Sigfrido Ranucci che sussurra all’orecchio della dottoressa di Modena per poi spartirne le spoglie non c’è differenza. E questa è la vera fine di Report.

Di Tiziana Maiolo su Il Dubbio

© Riproduzione riservata

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