Legge elettorale: la lite sulle preferenze è più seria del previsto
Al punto che il via libera definitivo potrebbe slittare a dopo l'estate.
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La riforma era stata immaginata prima dei sondaggi favorevoli a Vannacci. Una variabile che ha fatto inasprire il confronto sulle preferenze, volute da Meloni e osteggiate da Forza Italia e – soprattutto – Lega.
“Ma se non sciogliamo ‘sto nodo delle preferenze, come facciamo ad andare avanti?”. La domanda circola velocemente tra i parlamentari di centrodestra quando si mettono a discutere della legge elettorale. Nervosi e distanti tra loro, parlano del Melonellum, del divario tra le posizioni sulle preferenze – Fratelli d’Italia e Noi Moderati favorevoli, Lega e Forza Italia contrarie – ma in realtà il pensiero fisso dei partiti di maggioranza è un altro. E si chiama Roberto Vannacci.
Pur non sedendo nel Parlamento italiano e avendo alla Camera solo un manipolo di deputati, è il generale il vero kingmaker della legge elettorale. Perché, al di là dei posizionamenti delle ultime ore, il centrodestra deciderà se allearsi o meno con Futuro Nazionale in base ai sondaggi. Che, ne sono consapevoli tutti nell’emisfero destro dell’Aula di Montecitorio, al momento sembrano in aumento costante per il generale, ma saranno più solidi solo dopo l’estate. Ed è a settembre che probabilmente slitterà il via libera definitivo al Melonellum, che nelle intenzioni iniziali della maggioranza avrebbe dovuto diventare legge prima della pausa estiva.
In queste ore si fa sempre più concreta l’ipotesi di un rinvio del voto alla Camera. Era previsto tra il 7 e il 10 luglio, ma sono ormai decine i parlamentari pronti a dare per certo che in quella settimana non arriverà nessun via libera da Montecitorio: “Il 7 è dietro l’angolo. Troppo presto: dovremo rimandare almeno alla settimana successiva. Se non c’è l’accordo sulle preferenze non possiamo fare diversamente”, concordano più fonti di maggioranza.
Alle porte della pausa estiva il calendario è la cosa più importante in Parlamento: ogni settimana, ogni giorno conta. E ogni slittamento non è un dettaglio tecnico: è un dato politico. La maggioranza non ha più fretta perché ha paura di sbagliare. E di approvare una legge che Meloni pensava le fosse cucita su misura e invece rischia di essere un regalo a Vannacci: “Non abbiamo la clessidra in mano”, taglia corto Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. Ma quella clessidra scorre ugualmente. E rischia di drenare voti verso il generale.
Nonostante Vannacci sia un nemico comune, la distanza tra i partiti di maggioranza non si colma. Il testo arrivato in Aula alla Camera non prevede le preferenze. Non prevede cioè che l’elettore possa anche mettere la “x” sul nome del candidato che preferisce, oltre che sul partito. Ma Fratelli d’Italia è determinata a cambiare il testo. E vuole introdurre le preferenze con un emendamento: è una battaglia storica del partito e la premier resta convinta che non può tirarsi indietro. Tanto più mentre stanno approvando una legge con il suo nome. Forza Italia e Lega sono però contrarie. “Lo siamo da sempre. Vediamo cosa ci propongono, ma la nostra idea al momento non cambia”, spiegano i forzisti.
Una proposta di Fratelli d’Italia dovrebbe arrivare nella serata del 30 giugno, nel corso di un vertice tra i parlamentari di maggioranza che stanno seguendo la partita. È in programma anche un confronto tra i leader dei partiti, Meloni compresa. Dovrebbe essere da remoto, ma non è ancora stato confermato. Perché se gli sherpa non trovano un punto d’incontro potrebbe servire più tempo per il confronto tra i piani alti.
Se Forza Italia è almeno disposta a sentire quale proposta hanno in mente gli alleati, per la Lega la contrarietà è netta: “Le preferenze – ragiona un salviniano di ferro prima di entrare in Aula a seguire l’informativa della ministra del Lavoro – sono una cavolata pazzesca. Alberto Stefani non sarebbe stato eletto a 25 anni né presidente del Veneto a 33 con le preferenze. Ma neanche la stessa Meloni sarebbe stata eletta con le preferenze, se qualcuno non avesse avuto la lungimiranza di candidarla in una buona posizione”. Il partito di Matteo Salvini resta convinto che senza le preferenze potrebbe contare di più nei collegi, nonostante il crollo nei sondaggi. Ed è per questo che si è impuntato.
Su come finirà nessuno mette la mano sul fuoco. Si studiano varie opzioni: da un sistema con i soli capilista bloccati e il resto dei candidati selezionabili dagli elettori, al cosiddetto modello belga, che prevede i primi tre in lista bloccati e gli altri eleggibili attraverso le preferenze. Nessun sistema convince al momento Lega e Forza Italia. Giorgia Meloni e i suoi dovranno arrovellarsi per cercare l’ennesima mediazione. Sono finiti i tempi in cui FdI decideva e gli altri eseguivano. Gli alleati non possono più permettersi accondiscendenza a Meloni. E la premier inizia a sentire il logoramento di Vannacci. Non è più la donna sola al comando che con un solo tocco portava a casa gli obiettivi. La legge elettorale sarà una prova da superare. Più difficile di quanto lei non potesse immaginare solo pochi mesi fa.
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