Chi ci curerà domani?
Chirurghi e medici dell’emergenza pochi e in fuga. Un terzo dei posti di specializzazione in chirurgia generale resta vuoto, mentre pronto soccorso e altre discipline essenziali faticano a trovare personale. Pensionamenti, turni pesanti, contenziosi e violenze alimentano la crisi.
In evidenza
Un dolore improvviso al petto, un incidente stradale, un’appendicite che si complica. Quando accade, vogliamo trovare qualcuno pronto a intervenire: un medico che riconosca il pericolo, un chirurgo che operi, un anestesista che renda possibile l’intervento e sostenga le funzioni vitali. A qualsiasi ora, anche di notte, anche la domenica.
Ma chi ci curerà domani, se proprio le specialità che garantiscono questa disponibilità diventano sempre meno attrattive? E come possiamo pensare di trattenere i professionisti se alla fatica del lavoro aggiungiamo insulti, minacce e aggressioni?
L’allarme dei chirurghi riguarda tutta la sanità pubblica. La disponibilità di cure dipende da una catena di competenze: pronto soccorso, diagnostica, sala operatoria, rianimazione, degenza. Quando si indebolisce un passaggio, le conseguenze arrivano fino al letto del paziente.
Chirurghi, quasi un posto di specializzazione su tre rimane vuoto
La fotografia presentata dalla Società italiana di chirurgia in occasione del 128° Congresso nazionale, svoltosi a Roma, descrive una crisi che si trascina dal 2021.
Secondo i dati riportati nel comunicato SIC, nel 2026 sono rimasti non assegnati 193 posti su 646 in chirurgia generale, circa il 30% del totale. È un miglioramento rispetto al 37,8% di posti vuoti indicato per il 2025, ma resta scoperta quasi una posizione su tre.
Le differenze territoriali sono marcate. Nella rilevazione illustrata dalla società scientifica, a L’Aquila non risulta assegnato alcun contratto; a Udine e Genova rimangono vuoti quasi nove posti su dieci. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia, quelli occupati non superano il 20%.
Un altro dato aiuta a leggere la perdita di attrattività: tra i primi mille classificati al concorso, soltanto nove hanno scelto chirurgia generale, riferisce la SIC. La disciplina che per generazioni ha rappresentato uno degli approdi più ambiti della professione incontra oggi maggiori difficoltà a convincere i giovani.
«Servono subito maggiori tutele giuridiche, accesso più ampio alle nuove tecnologie e più incentivi economici», afferma nel comunicato Ludovico Docimo, presidente della Società italiana di chirurgia e ordinario all’Università della Campania Luigi Vanvitelli.
Il problema continua dopo l’assegnazione della borsa
Un contratto assegnato è soltanto l’inizio del percorso. La SIC stima che circa il 10% di chi entra possa abbandonare prima della conclusione dei cinque anni di formazione. Un ulteriore 10% degli specialisti, secondo quanto riportato nel documento, sceglie poi il privato o l’estero.
Sono fenomeni distinti: nel primo caso si interrompe il percorso formativo; nel secondo il chirurgo si forma, ma non contribuisce al ricambio degli ospedali pubblici italiani.
Per questo la programmazione deve seguire quanti medici iniziano, quanti terminano, dove vengono assunti e quanto a lungo rimangono in servizio.
Pensionamenti e nuovi ingressi: il saldo che preoccupa
Sul versante delle uscite, il comunicato SIC riferisce, richiamando dati Eurostat, che oltre la metà dei chirurghi generali ospedalieri italiani avrebbe più di sessant’anni, contro il 32% in Spagna e il 44% in Francia e Germania.
La società scientifica prospetta che entro il 2030 possano lasciare il servizio circa 2.800 chirurghi sui 6.500 presenti negli ospedali, mentre i nuovi specialisti attesi, calcolati sulla base dei posti coperti nelle scuole dal 2022, non arriverebbero a 1.300. Il saldo indicato è di circa 1.500 professionisti in meno.
Si tratta di una proiezione della SIC, che dipende anche dall’effettiva evoluzione di pensionamenti, assunzioni e permanenza nel pubblico. Il significato dell’allarme è però concreto: il ricambio previsto potrebbe non compensare le uscite.
A questo si aggiunge una domanda chirurgica che la società scientifica stima in aumento del 12% nel prossimo quinquennio, sulla base dell’invecchiamento della popolazione e dell’utilizzo dei servizi.
Negli Stati Uniti 15 milioni di persone vivono in contee senza un chirurgo generale
L’allarme supera i confini italiani. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons e richiamato dalla SIC, negli Stati Uniti circa 15 milioni di persone vivono in contee prive di un chirurgo generale. Il lavoro, riferisce il comunicato, è stato presentato anche al congresso dell’American College of Surgeons di Washington.
Il dato riguarda l’assenza dello specialista all’interno della contea di residenza: queste persone devono quindi fare riferimento a professionisti e strutture di altri territori. Nelle urgenze, la distanza rende ancora più importante l’efficienza della rete dei soccorsi e dei trasferimenti.
L’Italia non dispone di uno studio equivalente sulla distribuzione della forza lavoro chirurgica, precisa Docimo nel comunicato. Il dato americano non può essere trasferito automaticamente al nostro Paese, ma richiama il rischio di una progressiva rarefazione dei servizi.
Per capire chi potrà essere curato vicino a casa, contare i chirurghi a livello nazionale non basta: bisogna sapere dove lavorano, quali competenze possiedono e quali ospedali riescono a garantire la copertura delle urgenze.
Un intervento su dieci a rischio: che cosa significa
La SIC collega queste tendenze al rischio di un accesso più difficile per un intervento di chirurgia generale su dieci, rispetto ai circa 650 mila eseguiti ogni anno.
La formulazione richiede precisione: non significa che sia già stata decisa la cancellazione del 10% degli interventi. È uno scenario di rischio elaborato dalla società scientifica, che richiama possibili allungamenti delle attese, maggiori difficoltà organizzative e distanze più elevate da percorrere per essere operati.
Per un paziente, la carenza può tradursi in un intervento programmato più avanti, in un trasferimento o nella necessità di rivolgersi a un altro ospedale. Le conseguenze possono essere particolarmente pesanti nelle aree interne e nei territori con poche alternative.
La Campania tra i risultati positivi, ma il quadro resta nazionale
Nel panorama delle assegnazioni, il comunicato segnala due risultati favorevoli in Campania: 21 posti coperti su 21 alla Vanvitelli e 26 su 27 alla Federico II, rispettivamente il 100% e il 96,3%, contro una media nazionale intorno al 70%.
Sono dati positivi sulla capacità di queste scuole di attrarre giovani. Non dimostrano, da soli, che gli organici degli ospedali campani siano sufficienti o che tutti gli specializzandi resteranno nel servizio pubblico.
La distinzione vale per ogni regione: una sede universitaria attrattiva può convivere con ospedali periferici in difficoltà. Per conoscere la tenuta della rete occorre guardare anche a concorsi, assunzioni, trasferimenti e dimissioni.
Pronto soccorso: la carenza è già dentro i turni
L’emergenza-urgenza mostra quanto possa diventare difficile mantenere un servizio quando il personale disponibile non copre il fabbisogno.
Nell’indagine SIMEU pubblicata nel luglio 2025, condotta su 153 strutture che rappresentavano oltre sette milioni di accessi nel 2024, la società scientifica stimava una carenza nazionale di almeno 3.500 medici dipendenti. La copertura con personale dipendente del Servizio sanitario nazionale risultava pari al 62% del fabbisogno.
Una parte del vuoto veniva compensata attraverso professionisti esterni, cooperative, prestazioni aggiuntive e altri rapporti di lavoro. Le difficoltà percentuali maggiori emergevano nei servizi periferici. Questi numeri descrivono quella rilevazione e non costituiscono un censimento aggiornato degli organici dell’ottobre 2026.
Il problema ha una conseguenza immediata: chi è presente deve assistere più pazienti, spesso contemporaneamente, prendendo decisioni in condizioni di pressione.
Perché il pronto soccorso si blocca anche dopo la visita
La sala d’attesa è soltanto la parte più visibile. Dietro c’è il boarding: la permanenza in pronto soccorso di pazienti che avrebbero bisogno di ricovero, ma non trovano un posto disponibile nel reparto appropriato.
Queste persone continuano ad avere bisogno di farmaci, controlli e assistenza. Il personale deve quindi seguire sia le nuove urgenze sia chi attende il trasferimento.
La SIMEU richiama il peso di questo fenomeno sul carico di lavoro. Per migliorare il pronto soccorso occorre intervenire anche sui flussi dell’intero ospedale, sulla disponibilità di degenza e sulla continuità delle cure dopo la dimissione.
Anestesisti, rianimatori e specialisti della diagnostica
La crisi non si esaurisce con chirurghi e medici dell’emergenza. Una sala operatoria richiede anestesisti, infermieri, tecnici, strumenti e assistenza dopo l’intervento. La disponibilità di una singola figura non garantisce che l’intero percorso possa funzionare.
Anestesia e rianimazione sostengono attività chirurgica, emergenze, terapia intensiva e trattamento del dolore. Per questo spostare professionisti da un servizio all’altro richiede una valutazione delle competenze e degli effetti sul reparto di provenienza. L’AAROI-EMAC dedica attenzione proprio al rapporto tra specializzazioni, impiego nei pronto soccorso e organizzazione dell’emergenza.
Anche alcune discipline diagnostiche e cliniche incontrano difficoltà nel ricambio. Le analisi Anaao hanno segnalato nel tempo criticità per patologia e biochimica clinica; le tabelle delle assegnazioni del 2025 mostrano posti non occupati anche in scuole di microbiologia e nefrologia, con differenze fra sedi. Il dato formativo segnala un problema futuro, ma non permette da solo di quantificare gli organici mancanti oggi.
Sono specialità dalle quali dipendono diagnosi, identificazione dei microrganismi e gestione di malattie complesse: attività poco visibili al pubblico, ma decisive per molti percorsi di cura.
Turni, stipendi e vita personale: perché si cambia strada
La definizione di “crisi vocazionale” racconta soltanto una parte del problema. I giovani medici valutano responsabilità, opportunità di crescita, retribuzione e qualità della vita.
La chirurgia richiede anni di apprendimento pratico, disponibilità alle urgenze e continuità nell’esercizio. L’emergenza impone decisioni rapide e lavoro notturno. Quando l’organico è insufficiente, aumentano le difficoltà a recuperare e a conciliare professione e famiglia.
Anaao Assomed collega la perdita di attrattività del pubblico al deterioramento delle condizioni di lavoro, ai vincoli che hanno frenato il ricambio, ai ritardi contrattuali e alle limitate possibilità di flessibilità. Nel frattempo l’invecchiamento della popolazione aumenta la complessità della domanda assistenziale.
Docimo richiama inoltre il divario tra carichi di lavoro e riconoscimento economico, il peso delle coperture assicurative e l’esposizione al contenzioso.
Tecnologie nuove, opportunità diseguali
La chirurgia è anche in profonda trasformazione. Robotica e tecniche mininvasive richiedono formazione, esperienza e accesso regolare agli strumenti.
La SIC segnala il rischio di un divario fra professionisti con grande esperienza e necessità di aggiornamento tecnologico e giovani interessati alle innovazioni, ma con opportunità formative insufficienti. Il problema richiede tutor, casistiche adeguate e tempo per imparare, oltre agli investimenti nelle apparecchiature.
Se queste possibilità sono più accessibili altrove, il trasferimento può diventare una scelta di crescita professionale. Rendere attrattiva una scuola significa anche offrire un percorso concreto verso l’autonomia e le tecniche più avanzate.
Contenziosi e tutele: la richiesta dei chirurghi
Il comunicato SIC riferisce un aumento del contenzioso medico-legale del 150% in dieci anni, senza fornire nel testo allegato il dettaglio della serie statistica utilizzata. Il dato va quindi attribuito alla società scientifica.
Per i chirurghi, il timore di procedimenti e i costi della tutela professionale contribuiscono alla perdita di attrattività. Da qui la richiesta di una riforma della responsabilità e di maggiori garanzie per chi opera rispettando le buone pratiche cliniche.
La SIC sollecita l’avanzamento della riforma richiamata nel comunicato e una disciplina più stabile del cosiddetto scudo penale. È una richiesta della categoria, da distinguere dalle norme effettivamente in vigore e dall’esito dell’iter parlamentare.
Il punto da affrontare è il rapporto fra responsabilità individuale, condizioni organizzative e prevenzione degli errori. La tutela dei professionisti deve accompagnarsi alla sicurezza delle cure e al diritto dei pazienti di ottenere accertamenti e giustizia.
E noi li insultiamo e li aggrediamo pure
A questa pressione aggiungiamo un elemento che nessuna professione dovrebbe considerare normale: la violenza.
Chi attende per ore ha diritto a informazioni, assistenza e rispetto. Chi ritiene di aver subito un disservizio può protestare, presentare un reclamo, chiedere chiarimenti. Insultare, minacciare o colpire chi cura resta una responsabilità di chi lo fa.
Il medico davanti a noi non decide da solo quanti letti aprire, quanti colleghi assumere o quale ambulanza sia disponibile. Trasformarlo nel bersaglio della rabbia significa colpire una persona e può interrompere l’assistenza anche agli altri pazienti.
Le aggressioni possono inoltre lasciare conseguenze che durano oltre il turno: paura, perdita di fiducia, desiderio di trasferirsi. Per chi sta scegliendo una specialità, la prospettiva di lavorare esposto a minacce diventa un ulteriore elemento di valutazione.
La sicurezza richiede accessi governati, procedure rapide di intervento, sostegno a chi subisce violenza e comunicazioni comprensibili ai familiari. Informare sulle attese è parte dell’assistenza; proteggere il personale è un dovere organizzativo.
Più laureati non bastano a coprire le specialità in difficoltà
Aumentare gli ingressi a Medicina produce effetti dopo molti anni. Nel frattempo occorre rendere attrattivi i percorsi che oggi faticano a trovare candidati.
Secondo Anaao e ALS, al momento delle assegnazioni del 2025 erano rimasti vuoti 2.569 contratti su 15.283, circa il 17%; in medicina d’emergenza-urgenza la quota non assegnata raggiungeva il 45%.
Il dato rende evidente il limite di una risposta affidata soltanto al numero complessivo dei medici. Servono programmazione per disciplina, distribuzione territoriale e condizioni capaci di convincere i professionisti a restare.
Le proposte dei sindacati: assumere e trattenere
Anaao Assomed chiede di collegare formazione e assunzioni e di intervenire sulle condizioni di lavoro che alimentano le uscite. Nel giugno 2026 ha riportato al centro anche il reclutamento degli specializzandi attraverso gli strumenti collegati al decreto Calabria. L’obiettivo è avvicinare formazione e servizio, con percorsi adeguati alle competenze e alla supervisione necessaria.
CIMO-FESMED ha indicato, fra le proposte contro le liste d’attesa, assunzioni, incentivi, trasparenza e potenziamento dell’assistenza territoriale. Il 7 ottobre 2026 ha annunciato la firma della preintesa contrattuale 2025-2027, presentandola come un avanzamento per retribuzioni e carriere: un passaggio da distinguere dalla conclusione dell’intero iter contrattuale.
L’AAROI-EMAC ha sostenuto anche l’estensione delle tutele previdenziali legate al lavoro usurante ai professionisti dell’emergenza e dei pronto soccorso. La richiesta riconosce il peso accumulato di notti, urgenze e responsabilità lungo la vita lavorativa.
Le proposte delle società scientifiche: équipe stabili e formazione migliore
Per la SIC, il rilancio passa da incentivi economici, maggiori tutele giuridiche e accesso alle tecnologie. Per SIMEU occorre una riforma strutturale dell’emergenza e della formazione, considerando il ruolo già svolto dagli specializzandi e le difficoltà prodotte dalla frammentazione dei rapporti di lavoro.
Queste indicazioni hanno un punto comune: costruire équipe stabili, nelle quali sia possibile imparare, crescere e lavorare con continuità. Coprire un turno è necessario; garantire negli anni un servizio affidabile richiede molto di più.
La risposta alla domanda “chi ci curerà domani?” dipende dalle scelte di oggi: assunzioni, formazione, organizzazione, riconoscimento del lavoro e sicurezza. E dipende anche dal rapporto che vogliamo avere con chi ci assiste. Possiamo pretendere una sanità migliore e denunciare ciò che non funziona. Dobbiamo riconoscere a chi la tiene in piedi il diritto di lavorare senza essere umiliato, minacciato o aggredito.
Altre Notizie della sezione
Dl Bollette, intesa con l’Ue.
19 Ottobre 2026L'annuncio di Palazzo Chigi in una nota: "Limiterà le effetto dell’aumento dei prezzi per famiglie e imprese".
Truffe online
19 Ottobre 2026La Corte Ue: la banca deve rimborsare subito il cliente anche se lo ritiene gravemente negligente.
Intesa Ue-Italia sul decreto bollette
19 Ottobre 2026Cosa prevede l’accordo sul prezzo dell’energia.
