Vincoli burocratici e carenza di personale: tutti i limiti che frenano la spesa dei fondi Ue
L'accesso ai finanziamenti della politica di coesione resta complesso per enti locali e piccole imprese, che scontano difficoltà strutturali nel mettere in pratica tutto il potenziale di sviluppo nei territori.
In evidenza
Da una parte, le dichiarazioni ufficiali dei governi che celebrano il superamento dei target di spesa e la semplificazione delle procedure. Dall’altra, le lamentele delle piccole amministrazioni e imprese locali che denunciano la mancanza di personale e l’insostenibilità dei nuovi vincoli procedurali.
Ma insomma, i fondi di coesione europei sono realmente accessibili per chi opera sul territorio, o la complessità burocratica sta trasformando un’opportunità di crescita in un percorso a ostacoli insormontabile?
Si tratta di una domanda cruciale soprattutto se si considera il caso italiano. Perché l’esperienza ha insegnato che il vero problema del nostro Paese non è quello di perdere i finanziamenti che arrivano da Bruxelles, ma di non riuscire sempre a trasformarli in occasioni di sviluppo sul territorio, proprio a causa di ritardi amministrativi.
Tra conformità ambientali da rispettare, carenza cronica di personale qualificato nella pubblica amministrazione e bandi spesso troppo complessi per le piccole imprese, l’ombra di non riuscire a incanalare al meglio e per tutti gli attori potenzialmente interessati aleggia costantemente sui 73,5 miliardi di euro tra fondi europei e nazionali assegnati dalla politica di coesione all’Italia nel ciclo di programmazione 2021-2027.
I soldi vengono stanziati. Ma come?
Nonostante la percezione comune sia di un’incapacità cronica di spesa, quando si parla di Italia e fondi europei, nel periodo 2014-2020 è stata invece dimostrata una chiara abilità nel superare la prova cruciale del disimpegno automatico, vale a dire che il Paese non ha dovuto restituire quote rilevanti di fondi non spesi entro la scadenza.
Per quanto riguarda il periodo di programmazione in corso, dati aggiornati all’inizio del 2026 certificano 8,9 miliardi di euro già spesi – di cui 4,7 miliardi di fondi in arrivo da Bruxelles, oltre il target iniziale di 3,6 miliardi. Si tratta di un risultato che suggerisce che, almeno a livello di amministrazioni centrali e regionali, la macchina dei pagamenti ha iniziato a girare con una velocità superiore alle previsioni minime.
Tuttavia, la spesa certificata da Roma non deve essere confusa con la facilità di accesso ai fondi per i beneficiari sul territorio. In altre parole, dove e come arrivano questi soldi? Gran parte di questi fondi è legata a grandi programmi nazionali o a progetti infrastrutturali di ampio respiro gestiti da amministrazioni centrali, che si scontrano poi con i problemi di attuazione in loco.
A dimostrarlo è lo scarto tra due dati: i pagamenti effettivi e le risorse impegnate, cioè la quota di fondi formalmente assegnata a specifici progetti, bandi o programmi operativi, ma non ancora materialmente pagata ai beneficiari finali.
Al 31 agosto 2025 l’avanzamento complessivo in Italia per quanto riguarda la politica di coesione 2021-2027 si attestava all’8,03 per cento sui pagamenti, ovvero appena un terzo di tutte le risorse impegnate (27,16 per cento).
In altre parole, questo significa che, nonostante le risorse siano formalmente allocate a progetti specifici, l’effettiva erogazione sul territorio è rallentata da procedure che si scontrano con la realtà degli enti locali e delle imprese.
Senza dimenticare il divario tra le velocità regionali, che rimane sempre marcato. Se le regioni del Nord mostrano una capacità di assorbimento e una rapidità di pubblicazione dei bandi superiore alla media, le regioni del Mezzogiorno presentano criticità che rischiano di accumulare ritardi strutturali nei prossimi anni.
“Non arrecare danno significativo”
Uno degli ostacoli burocratici più citati dai beneficiari negli ultimi anni è l’introduzione di un nuovo principio nell’ambito dei fondi europei: “Non arrecare danno significativo all’ambiente”, abbreviato con la sigla Dnsh (dall’inglese “Do No Significant Harm”).
Nato nell’ambito del Green Deal europeo, questo principio impone che ogni intervento finanziato sia valutato per il suo impatto su sei obiettivi ambientali specifici: la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione verso l’economia circolare, la prevenzione dell’inquinamento e la protezione della biodiversità.
L’applicazione del Dnsh non è una semplice formalità, ma richiede una documentazione tecnica dettagliata, autovalutazioni e verifiche in fase di rendicontazione che molti comuni definiscono “una relazione difficile”.
Anche interventi apparentemente semplici, come l’acquisto di veicoli speciali per la raccolta rifiuti o la ristrutturazione di piccoli edifici pubblici, devono sottostare a liste di controllo rigorose che richiedono competenze specialistiche esterne per garantire, per esempio, che almeno il 70 per cento dei rifiuti da demolizione sia recuperato.
La violazione di questi principi può portare alla sospensione o alla revoca totale del finanziamento, creando un clima di incertezza che spesso scoraggia la partecipazione ai bandi da parte di attori che non sono certi di avere le capacità per sostenere da soli questi criteri.
Truffe ed errori, così sprechiamo i fondi di coesione (anche se sempre meno)
La crisi del personale tecnico
Un altro fattore che rende più complicato l’accesso ai fondi di coesione è la cronica carenza di personale qualificato all’interno dell’amministrazione pubblica locale.
L’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) ha ripetutamente denunciato che molti comuni, specialmente i più piccoli e quelli situati nelle aree interne o più remote, non dispongono di figure professionali necessarie sufficienti per gestire le complesse procedure dei bandi di gara, il monitoraggio sui portali informatici e la rendicontazione finanziaria.
La mancanza di risorse umane riguarda soprattutto la qualità dei profili professionali, in un contesto in cui il personale è sempre più anziano e le procedure più digitalizzate, mentre i concorsi pubblici faticano ad attrarre i giovani verso il settore pubblico.
A dimostrare l’urgenza di rispondere all’emergenza della sotto-capacità amministrativa, il governo ha attivato il Programma nazionale capacità per la coesione (PN CapCoe), che prevede il reclutamento straordinario di 2.200 professionisti da destinare esclusivamente alla gestione della politica di coesione negli enti territoriali delle regioni più in difficoltà – nello specifico Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.
Queste figure includono specialisti tecnici per la progettazione e la verifica ambientale, esperti giuridico-amministrativi per la gestione degli appalti, specialisti economico-statistici per il monitoraggio finanziario e professionisti della transizione digitale.
Nonostante la pubblicazione delle graduatorie nel 2025, il processo di rafforzamento amministrativo è appesantito dai tempi lunghi delle procedure di selezione, mentre molti comuni continuano a segnalare il cortocircuito burocratico tra gli obblighi di spesa e la carenza di personale.
La complessità dei bandi
Oltre alle difficoltà gestionali degli enti pubblici, non vanno dimenticate le criticità del settore privato, altrettanto interessato dalla politica di coesione.
In questo caso l’accesso ai fondi europei appare come una sfida di dimensioni più che di conoscenze tecniche e capacità di reclutamento di specialisti, soprattutto per quanto riguarda le micro e piccole imprese locali, lo scheletro produttivo di regioni come il Veneto, la Lombardia e il Piemonte.
Come evidenziato da un report di Confartigianato, nonostante le piccole e medie imprese sulla carta siano al centro della politica di coesione, la loro partecipazione effettiva è limitata da barriere d’ingresso elevate.
Molte attività economiche considerano il sistema degli aiuti pubblici troppo orientato verso le realtà industriali più grandi e avanzate, con azioni scarse a sostegno del resto della filiera produttiva. Il tutto si traduce in maggiori difficoltà a tradurre le sovvenzioni in innovazione diffusa su tutto il territorio.
Per esempio, l’accesso ai finanziamenti per la digitalizzazione e la transizione verde – due delle priorità più urgenti di Bruxelles – richiede una capacità di progettazione che le micro-imprese non possiedono internamente. È così obbligatorio per loro rivolgersi a consulenti esterni, il cui costo può erodere gran parte del beneficio economico atteso dal ritorno degli investimenti.
Nelle regioni del Nord Italia, l’uso della Strategia di specializzazione intelligente ha permesso di finanziare progetti ad alto valore aggiunto, come il Tecnopolo Data Manifattura di Bologna, un hub di eccellenza internazionale per il supercalcolo e l’intelligenza artificiale.
Tuttavia, la trasformazione digitale rimane un obiettivo difficile da raggiungere per le realtà con meno di dieci dipendenti, che rappresentano solo una minima frazione dei beneficiari effettivi dei fondi europei.
Semplificare la rendicontazione
In risposta alle lamentele sulla burocrazia, l’Unione Europea ha potenziato l’uso delle Opzioni di semplificazione dei costi, una modalità di rendicontazione che può agevolare proprio la capacità delle piccole amministrazioni pubbliche e imprese di intercettare fondi senza incorrere nella rete di complessità del passato.
Invece di dover giustificare ogni singola spesa attraverso fatture, il pagamento si basa sempre di più su parametri predefiniti. Tra questi spiccano i finanziamenti a tasso forfettario – cioè quelli in cui una percentuale fissa copre i costi indiretti riducendo i documenti da raccogliere – le tabelle standard di costi unitari, che rimborsano importi fissi per ogni risultato (come un’ora di formazione del personale), e le somme forfettarie erogate al raggiungimento di obiettivi chiari.
Si stima che l’adozione massiccia di queste opzioni potrebbe non solo abbattere il tasso di errore nelle rendicontazioni, ma anche ridurre i costi amministrativi totali di circa il 25 per cento. Esattamente ciò che si chiede da parte dai territori a Bruxelles.
Europa Today
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