Trump “stabilizza” l’Europa: a colpi di caos e petrolio russo
Mentre Putin infiltra e Trump divide, Bruxelles barcolla. L’Italia, ventre molle dell’Unione, resta il terreno di caccia perfetto per i sovranisti di complemento.
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Donald Trump non cambia mai. Anche tornato nello Studio Ovale, continua a trattare l’Europa come un fastidio cronico, un continente da umiliare piuttosto che un alleato da rispettare. La sua decisione di esentare Viktor Orbán dall’embargo sul petrolio russo non è un incidente diplomatico, ma una mossa chirurgica: un colpo di piccone all’unità europea, che fa felici il Cremlino e i sovranisti di mezza Europa.
Trump non agisce per distrazione o improvvisazione, ma per strategia. Il suo obiettivo è sempre lo stesso: un’Unione Europea debole, divisa, incapace di opporsi alle ambizioni dei due padroni del mondo — gli Stati Uniti trumpizzati e la Cina imperiale. Un’Europa ridotta a mercato di sbocco per le armi americane e le materie prime altrui, schiacciata tra il dollaro e il rublo.
Orbán, il suo “amico speciale”, incassa l’esenzione come una vittoria personale: niente limiti al petrolio russo, libertà di continuare a finanziare Putin e un assist perfetto per la campagna elettorale del 2026. Trump lo elogia, lo benedice e al tempo stesso sputa in faccia a Bruxelles. “Rispettate Orban e l’Ungheria”, ha tuonato, trasformando il leader magiaro nel cavallo di Troia del trumpismo dentro l’Unione.
Intanto Mosca sorride. La guerra ibrida del Cremlino non si combatte solo con i droni, ma con le parole, i contratti e i troll. L’Italia — storicamente il ventre molle d’Europa — resta il terreno più fertile per l’influenza russa. Putin non ha bisogno di spie: gli bastano i suoi “amici”. C’è Salvini, il putiniano di complemento, vicepresidente di un governo che dice di sostenere Kiev ma fatica persino a spedire munizioni. C’è Conte, il pacifinto. Ci sono i sinistri della sinistra, gli intellettuali a gettone, gli opinionisti da talk-show che ripetono la propaganda di Mosca come un mantra.
E Giorgia Meloni? Corre dietro alla rispettabilità atlantica, cerca la benedizione del Partito Popolare Europeo, ma resta prigioniera delle sue vecchie simpatie e dei suoi alleati. Ogni volta che Salvini parla, lei deve spiegare, correggere, smentire. Ogni volta che Crosetto apre bocca, deve chiudere gli occhi e sperare che a Washington qualcuno le creda.
Trump e Putin giocano la stessa partita, con ruoli diversi ma obiettivi comuni: disarticolare l’Europa, svuotarla di potere, ridurla a un condominio litigioso. Da una parte la mazza americana dei dazi e delle pressioni Nato, dall’altra il martello russo della propaganda e dell’energia. In mezzo, Bruxelles: stanca, burocratica, incapace persino di togliere il diritto di veto a chi la usa per sabotarla.
Il risultato è un continente che parla di “autonomia strategica” ma si comporta da colonia. Ogni volta che l’Europa prova a fare un passo, arriva qualcuno — un Trump, un Orban, un Salvini — a tirarla indietro.
È questa la vera “stabilità” che Trump promette: un’Europa immobile, confusa, divisa, perfetta per essere amministrata da lontano. E mentre il tycoon gioca al guappo e Putin sorride nel buio, noi restiamo a guardare il ventre molle del continente che si affloscia, tra una conferenza stampa e un rigurgito di sovranismo.
Benvenuti nella nuova stabilità europea: il caos permanente.
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